Analisi Governo Opposizione

Contro Meloni non è un programma

Contro Meloni non è un programma

L’opposizione del no permanente: accusare è facile, governare richiede costi, priorità e rinunce.

Articolo di opinione. Dati e riferimenti verificati al 27 luglio 2026.

Non mi scandalizza che Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni critichino Giorgia Meloni. È il mestiere dell’opposizione. Un governo senza controllo, contestazione e alternative diventa più debole e anche più arrogante.

Mi colpisce, invece, un fatto molto più semplice: dopo quasi quattro anni di governo Meloni, il programma comune dell’opposizione deve ancora essere scritto.

L’8 luglio 2026, durante la prima uscita pubblica del cosiddetto campo largo, Schlein ha ribadito che il tavolo per la scrittura del programma si sarebbe aperto a settembre. Nel frattempo PD, M5S e AVS si presentano come l’alternativa già pronta a governare il Paese.

Ma alternativa a che cosa, esattamente?

Essere contro una persona non significa essere d’accordo su ciò che verrà dopo. Un selfie, un palco comune e dieci accuse al governo non risolvono le divergenze su politica estera, energia, immigrazione, tasse, debito, sicurezza e coperture economiche.

“Meloni deve andare a casa” può essere uno slogan elettorale. Non è un programma di governo.

Le proposte esistono. La sintesi ancora no

Sarebbe scorretto sostenere che i partiti di opposizione non abbiano proposte. Il PD parla di sanità, salario minimo, politiche industriali e diritti. Il Movimento 5 Stelle insiste su spesa sociale, transizione ecologica, salario minimo ed extraprofitti. AVS propone più investimenti pubblici, politiche climatiche più aggressive e una tassazione maggiormente redistributiva.

Il problema non è il foglio completamente bianco.

Il problema è che tre elenchi di desideri non formano automaticamente un progetto di governo.

Un programma comune nasce quando ogni partito accetta di indicare non soltanto ciò che vuole, ma anche ciò a cui è disposto a rinunciare. Governare significa scegliere fra priorità concorrenti, perché le risorse non sono infinite e alcune decisioni sono incompatibili tra loro.

Aumentare la spesa sanitaria è una proposta condivisibile. Ma di quanti miliardi? In quale arco di tempo? Con quali assunzioni? Finanziandola con nuove imposte, nuovo debito, tagli ad altre voci oppure maggiore crescita?

Introdurre un salario minimo legale può essere una scelta legittima. Ma quale sarà il rapporto con i contratti collettivi? Come verranno protette le piccole imprese dei settori a basso margine? Quali controlli impediranno che una parte del lavoro venga spostata nel sommerso?

Promettere più rinnovabili è facile. Molto più difficile è dire dove mettere pannelli, pale, accumuli, elettrodotti e nuove connessioni alla rete quando i territori amministrati dalla stessa coalizione si oppongono agli impianti.

Parlare di accoglienza è semplice. Governare l’immigrazione richiede invece una posizione comune su ingressi regolari, asilo, controlli, rimpatri, accordi con i Paesi d’origine e gestione di chi non ha diritto a rimanere.

Difendere la sanità pubblica, aumentare salari e pensioni, finanziare la scuola, accelerare la transizione energetica e ridurre le tasse sono tutti obiettivi desiderabili. Il vero programma comincia quando si spiega chi paga, in che ordine si interviene e quale promessa viene rinviata.

Il caso Ucraina mostra che il problema non è immaginario

A fine luglio 2026, mentre il tavolo programmatico era ancora annunciato per settembre, sul sostegno militare all’Ucraina erano già emerse differenze sostanziali. Il PD ha confermato la linea dell’aiuto anche militare; M5S e AVS hanno chiesto di fermare l’invio di armi.

Non è una sfumatura da comunicato stampa. È una scelta di politica estera, sicurezza europea e collocazione internazionale dell’Italia.

Una coalizione può contenere sensibilità diverse. È normale. Ma prima di chiedere il voto deve dire quale posizione diventerebbe quella del governo. Non può promettere contemporaneamente entrambe le strade e rinviare la decisione a dopo le elezioni.

Lo stesso vale per energia, tasse, infrastrutture e immigrazione. Le differenze non si risolvono chiamando “fascista”, “incapace” o “nemico dei poveri” l’avversario. Quelle parole possono tenere insieme una piazza per due ore. Non tengono insieme un Consiglio dei ministri per cinque anni.

L’opposizione permanente ha un vantaggio: non deve scegliere

Chi governa può essere giudicato su decisioni, ritardi, errori e risultati. Chi rimane nella protesta permanente può invece sommare richieste incompatibili senza pagarne immediatamente il costo.

Può chiedere più spesa e meno tasse.

Può contestare il debito e opporsi a ogni riduzione della spesa.

Può invocare più energia rinnovabile e sostenere chi blocca gli impianti.

Può chiedere sicurezza nelle periferie e contestare ogni misura che produca controlli, sanzioni o rimpatri.

Può difendere la competitività delle imprese e, nello stesso tempo, proporre nuovi oneri senza quantificarne gli effetti.

Finché si è all’opposizione, queste contraddizioni possono essere nascoste sotto una parola molto comoda: Meloni.

Qualunque problema diventa “colpa di Meloni”. Qualunque dato negativo dimostra il “fallimento di Meloni”. Qualunque proposta viene presentata come l’esatto contrario di ciò che fa Meloni, anche quando le alternative fra i partiti non coincidono.

È una strategia comunicativa efficace, perché offre un bersaglio unico e riconoscibile. Ma è anche una scorciatoia politica. Il giorno dopo un’eventuale vittoria, il bersaglio non basterebbe più. Resterebbero i conti, i vincoli europei, i rapporti internazionali, i territori, le aziende, i sindacati, la magistratura, i tempi amministrativi e le promesse fatte a elettorati diversi.

Criticare non è ancora governare

Non pretendo che l’opposizione faccia sconti al governo. Pretendo che lo critichi meglio.

Quando il governo sbaglia, deve essere incalzato con numeri, atti, alternative e costi. Dire “la sanità è al collasso” può descrivere un disagio reale, ma non basta. Bisogna spiegare quanti medici assumere, dove trovarli, come ridurre le liste d’attesa e con quali fondi permanenti pagare il personale.

Dire “i salari sono bassi” è vero. Occorre però indicare come aumentarli senza limitarsi a un bonus temporaneo, come migliorare la produttività, come intervenire sulla contrattazione e come evitare che il costo ricada sulle imprese più fragili o sull’occupazione.

Dire “il governo è negazionista sul clima” è un’accusa. Un programma deve invece stabilire quanti gigawatt installare, dove, con quali autorizzazioni, quale rete, quali accumuli e quale equilibrio con il paesaggio.

La differenza tra propaganda e governo è questa: la propaganda descrive il male; il governo deve organizzare il possibile.

Quasi quattro anni per cominciare a scrivere

Il governo Meloni è entrato in carica il 22 ottobre 2022. A luglio 2026 il campo largo annunciava ancora l’apertura del tavolo programmatico per settembre.

Non significa che non nascerà mai un progetto serio. Significa che, fino a oggi, il collante più visibile resta l’opposizione alla presidente del Consiglio.

Questa lentezza è ancora più evidente perché già nel settembre 2024 si parlava di un “tavolo permanente” dell’alternativa. Due anni dopo si è ancora alla fase in cui bisogna decidere chi si siederà al tavolo, chi guiderà la coalizione e come comporre divergenze fondamentali.

Nel frattempo la comunicazione quotidiana continua a presentare il governo come un disastro assoluto. E qui nasce una domanda inevitabile:

Se chi governa è davvero così incapace, perché chi vuole sostituirlo ha impiegato quasi quattro anni soltanto per cominciare a scrivere un programma comune?

La prova decisiva saranno le coperture

Quando il programma arriverà, non basteranno titoli nobili. Serviranno cifre.

Per ogni promessa sarà necessario indicare:

  • il costo annuale;
  • la fonte di finanziamento;
  • i tempi di attuazione;
  • l’amministrazione responsabile;
  • gli obiettivi misurabili;
  • le misure che verranno cancellate o rinviate;
  • gli effetti su debito, imprese, famiglie e occupazione.

Solo allora sapremo se esiste un’alternativa di governo oppure una federazione temporanea di opposizioni.

Io non chiedo al centrosinistra di diventare moderato, centrista o simile alla destra. Chiedo che abbia il coraggio di essere chiaro. Può proporre più tasse sui redditi alti, più spesa pubblica, meno armi, più vincoli ambientali e un modello migratorio diverso. Ma deve dirlo insieme, quantificarlo e assumersene la responsabilità.

La conclusione più semplice

Giorgia Meloni non deve essere difesa dalle critiche. Deve essere giudicata sui risultati.

Ma anche chi vuole sostituirla deve essere giudicato su qualcosa di più delle critiche.

Un Paese non si governa con una raccolta di indignazioni. Non si paga un infermiere con un insulto televisivo. Non si costruisce una rete elettrica con un post. Non si riduce il debito chiamando il governo “nemico del popolo”.

Contro Meloni può nascere una campagna elettorale. Per governare l’Italia serve un progetto comune, coerente e finanziato.

Finché quel progetto non c’è, l’alternativa è soprattutto una promessa. E una promessa che non indica costi, priorità e rinunce non è ancora politica di governo.

Fonti essenziali

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