Avere una linea editoriale è legittimo. Presentare una linea politica come se fosse la sola versione colta, civile e democratica della realtà è molto più discutibile.
Ogni giornale e ogni rete televisiva ha una linea. Non mi scandalizza che La7 abbia un pubblico e una sensibilità prevalentemente progressisti, così come non mi sorprende che molte trasmissioni di Rete 4 parlino alla pancia del centrodestra. Il problema non è l’orientamento. È il travestimento.
La faziosità dichiarata è riconoscibile. Quella presentata come superiore neutralità culturale è più insidiosa. Lo spettatore non viene invitato a entrare in un’opinione: viene convinto di trovarsi davanti alla realtà stessa.
Il diritto a una linea editoriale
Un’emittente privata può scegliere temi, conduttori e ospiti. Può considerare centrali i diritti civili, criticare il governo, sostenere una politica europea o giudicare negativamente una riforma. La libertà di stampa comprende la libertà di avere una visione.
Ma esiste una differenza tra editoriale e informazione, tra commento e cronaca, tra intervista e processo. Quando la linea non viene dichiarata e il conduttore si presenta come arbitro mentre svolge il ruolo di una parte, il pubblico riceve un prodotto ambiguo.
Perché considero La7 il caso più interessante
La mia critica a La7 non nasce dall’idea che sia l’unica rete sbilanciata. L’AGCOM ha ordinato nel marzo 2026 un riequilibrio a TGLa7 durante la campagna referendaria; poche settimane dopo ha imposto un riequilibrio anche a Rete 4, in direzione opposta. Questo dimostra che gli squilibri possono riguardare reti diverse e che un singolo provvedimento non certifica una teoria totale sull’intera programmazione.
Eppure considero La7 più problematica sul piano culturale. Rete 4 mostra spesso in modo evidente il proprio registro: toni popolari, scontro, temi identitari. La7 si presenta invece come il luogo naturale dell’approfondimento a loro giudizio colto, della competenza e della buona democrazia. La pensi come loro o ti zittiscono o non ti fan parlare. Son democratici
Non sto dicendo che ogni giornalista della rete manipoli ogni ospite. Sto dicendo che in molti programmi percepisco uno schema ricorrente: una maggioranza di commentatori culturalmente omogenea, un ospite isolato di centrodestra e un conduttore che partecipa al contraddittorio. La percezione, da sola, non è una prova statistica. Ma è abbastanza forte da meritare una misurazione seria, non una risposta sprezzante. Molte volte manca il contradittorio e quando c'è viene zittito o lo lascian parlare a fatica.
L’autorevolezza usata come arma
Un giornalismo orientato non diventa scorretto perché pone domande dure. Al contrario, le domande dure sono necessarie. Diventa scorretto quando la durezza cambia a seconda dell’ospite, quando l’interruzione serve a spezzare una tesi sgradita ma non una tesi amica, quando il fact-checking viene esercitato in diretta soltanto contro una parte.
Il risultato non è informazione: è una gerarchia morale. Alcuni ospiti vengono trattati come interlocutori; altri come imputati. Alcune affermazioni vengono accolte come letture autorevoli; altre devono superare un esame continuo di legittimità.
I dati ufficiali dicono qualcosa, non tutto
Il monitoraggio AGCOM misura tempi di parola, tempi di notizia e presenza dei soggetti politici. È uno strumento importante, ma non cattura ogni forma di orientamento. Quattro persone possono avere formalmente lo stesso tempo complessivo e trovarsi in condizioni comunicative completamente diverse.
Non misura, per esempio, quante volte una persona viene interrotta, quanto dura ciascun intervento prima dell’interruzione, se le domande contengono già un’accusa, se il pubblico applaude soltanto una parte o se le immagini di supporto rinforzano una tesi.
Perciò il dibattito non dovrebbe fermarsi a “l’AGCOM non ha sanzionato quella puntata”. Servirebbe un’analisi qualitativa trasparente, replicabile e applicata anche alle reti che piacciono a chi la conduce.
La soluzione non è una finta neutralità
Non chiedo giornalisti senza idee. Chiedo chiarezza. Una trasmissione di opinione può dichiararsi tale. Un conduttore può sostenere una tesi, purché non si presenti come arbitro super partes. Un’emittente può essere progressista o conservatrice, ma deve distinguere l’informazione dal combattimento politico.
La vera ipocrisia non è avere una parte. È fingere che la propria parte coincida con l’intelligenza, la civiltà e la democrazia, mentre l’altra viene invitata soltanto per essere giudicata.
Nota dell’autore. Questo è un articolo di analisi e opinione. I giudizi politici sono dichiarati come tali; i casi ancora aperti vanno aggiornati quando emergono nuovi atti.
Fonti e letture
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