Intervista Basito

La sentenza prima dei fatti: l’ “israelizzazione” e il fascismo evocato a comando

Chiedere verità sulla morte di un uomo è doveroso. Trasformare un’inchiesta ancora aperta nella prova di una deriva fascista dello Stato è un’altra cosa.

Abderrahim Fakir è morto durante un intervento della polizia.

È un fatto grave. Non deve essere minimizzato, coperto o trasformato in una questione di appartenenza politica. Quando una persona muore mentre viene immobilizzata dalle forze dell’ordine, lo Stato ha il dovere di spiegare che cosa sia accaduto, quali tecniche siano state utilizzate, se fossero necessarie, se la forza impiegata fosse proporzionata e se i soccorsi siano stati tempestivi e adeguati.

Non esistono uniformi al di sopra della legge. Ma non esistono neppure accuse al di sopra delle prove.

Ed è proprio qui che le parole pronunciate da Francesca Albanese sul caso Fakir diventano inquietanti.

Intervistata da AlaNews, Albanese non si è limitata a chiedere un’indagine seria. Ha parlato di una possibile “israelizzazione” della società italiana, ha descritto un modello nel quale un appartenente alle forze dell’ordine può uccidere un civile indifeso, ha denunciato un “rigurgito fascista” nel Paese e ha attribuito la violenza crescente non soltanto alla criminalità, ma anche alle forze dell’ordine.

In pochi minuti, una vicenda giudiziaria ancora da chiarire è diventata:

  • la prova di una trasformazione dell’Italia sul modello israeliano;
  • la dimostrazione di una violenza diffusa delle forze dell’ordine;
  • un sintomo del ritorno del fascismo;
  • un’accusa politica contro il governo e le sue leggi.

Non è più cronaca.

È un montaggio ideologico e da chi percepisce salari dalla comunità

Una morte vera, una verità non ancora accertata

I primi accertamenti medico-legali hanno rilevato sangue nei polmoni e segni di compressione. Sono elementi seri, che non devono essere minimizzati. Ma al momento delle dichiarazioni di Albanese non era ancora stato stabilito quale fosse stata la causa precisa della morte, né se la compressione fosse dipesa dalle tecniche di immobilizzazione, dalle manovre rianimatorie o da una combinazione di fattori. Devono essere completati anche gli esami tossicologici, istologici e quelli relativi alle condizioni di salute pregresse. I consulenti hanno ricevuto novanta giorni per concludere il lavoro.

Questo non significa che gli agenti siano sicuramente estranei a ogni responsabilità.

Significa che non lo sappiamo ancora.

Ed è questa la differenza tra chiedere giustizia e pronunciare una sentenza politica.

Dire:

“Bisogna accertare se l’immobilizzazione abbia provocato o contribuito alla morte”

è una richiesta legittima.

Dire, prima della conclusione degli accertamenti, che siamo davanti a un modello nel quale un poliziotto può uccidere un uomo indifeso significa invece presentare come già dimostrato proprio ciò che l’inchiesta deve stabilire.

Non è prudenza.

Non è rigore.

Non è rispetto del diritto.

Dichiarazione che può fare il primco che passa per la strada non chi ha incarichi importanti

Il primo salto: dal singolo episodio a tutte le forze dell’ordine

Anche qualora venisse accertato un uso eccessivo della forza, da un episodio non si potrebbe automaticamente dedurre che la violenza delle forze dell’ordine sia “crescente” in Italia.

Per sostenere una tesi simile servirebbero dati:

  • numero degli interventi;
  • denunce per abuso;
  • procedimenti disciplinari;
  • condanne;
  • confronti tra periodi diversi;
  • modalità di impiego della forza;
  • valutazioni indipendenti.

Nel ragionamento proposto da Albanese, invece, il passaggio è immediato: da un caso ancora aperto a una responsabilità collettiva.

È lo stesso errore che si compie quando dal comportamento criminale di uno straniero si pretende di giudicare tutti gli stranieri.

Non si può denunciare la generalizzazione quando colpisce una minoranza e poi utilizzare lo stesso metodo contro un’intera categoria professionale.

Un poliziotto può sbagliare. Può abusare del proprio potere. Può persino commettere un reato gravissimo. Quando accade, deve risponderne senza privilegi. Ma il comportamento eventuale di uno o due agenti non trasforma automaticamente l’intera Polizia di Stato in un apparato violento.

Fare di tutta l’erba un fascio rimane sbagliato anche quando il fascio è composto da uniformi.

Il secondo salto: l’“israelizzazione” dell’Italia

La parola più impressionante è “israelizzazione”.

Che cosa significa esattamente?

Significa militarizzazione della società? Impunità delle forze dell’ordine? Uso sistematico della repressione? Controllo di una popolazione considerata nemica? Applicazione in Italia di tecniche utilizzate nei territori palestinesi?

Una parola così enorme non può essere lanciata senza una definizione precisa.

Altrimenti non serve a spiegare. Serve soltanto a produrre un’associazione emotiva.

Israele è oggi al centro di uno dei conflitti più drammatici, violenti e divisivi del mondo. Utilizzarne il nome come categoria generale per interpretare un fermo di polizia a Bologna significa trasportare sull’episodio italiano tutto il peso morale e politico di quella guerra.

In questo modo, prima ancora di conoscere le conclusioni dell’inchiesta, i ruoli sono già assegnati:

  • il poliziotto diventa la forza occupante;
  • Fakir diventa la popolazione oppressa;
  • l’Italia diventa una società in trasformazione autoritaria;
  • chi chiede prudenza diventa complice della repressione.

È una costruzione retorica potentissima. Ma proprio per questo dovrebbe essere sostenuta da prove altrettanto potenti.

Non basta una metafora.

Il terzo salto: il “rigurgito fascista”

Poi arriva il fascismo. Arriva sempre.

Un abuso eventuale della polizia non sarebbe semplicemente un abuso. Diventerebbe il sintomo di un “rigurgito fascista”. Alcune statuette di Mussolini, determinate leggi del governo, una morte ancora da chiarire e il conflitto israelo-palestinese vengono collocati dentro un’unica narrazione. LE STATUETTE!!!! 

Ma il fascismo non è il nome generico di ogni comportamento violento, di ogni abuso di autorità o di ogni legge che non condividiamo.

Il fascismo storico fu un movimento politico organizzato e poi un regime che abolì le libertà, eliminò l’opposizione, controllò la stampa, perseguitò gli avversari e trasformò lo Stato in uno strumento di dominio.

Un agente che commette un abuso non è automaticamente la prova del fascismo.

Una legge contestabile non è automaticamente fascismo.

Una statuetta di Mussolini è un simbolo nostalgico discutibile, ma non dimostra che lo Stato sia diventato fascista.
Basti pensare ch ein casa mia ho  un quadro comprato all'antiquariato che riporta una delle frasi di mussolini, un candelabro ebraico, un capello con verie click con falce e martello, un cappello di una guarda dei tempi di stalin, una bandiera di Democrazia Proletaria del 1990.. e allora? Son contemporaneamente fascista, comunista, stalianista, israelita? SUVVIA!!!! 

Usare quella parola come collante universale significa ancora una volta consumarne il significato.

E torna la domanda centrale di questo blog:

Quando tutto diventa fascismo, come riconosceremo il fascismo vero?

Chiedere verità non significa scegliere in anticipo il colpevole

Sul caso Fakir servono verità e responsabilità.

Se gli accertamenti dimostreranno che la forza utilizzata fu eccessiva o determinante per la morte, chi ha sbagliato dovrà risponderne.

Se emergeranno omissioni nei soccorsi, anche quelle dovranno essere accertate.

Se invece verrà stabilito che il decesso fu determinato da altre cause o da una combinazione di fattori non imputabili penalmente agli agenti, anche quella conclusione dovrà essere rispettata.

Questo è lo Stato di diritto.

Non la difesa automatica della polizia.

Non la condanna automatica della polizia.

La ricerca dei fatti.

L’antifascismo autentico dovrebbe riconoscersi proprio in questo principio: nessuna persona può essere dichiarata colpevole perché appartiene a una categoria odiata o perché la sua condanna è utile alla causa politica del momento.
Purtroppo non san neppure più cosa era l'antifascismo
La presunzione di innocenza non è un favore concesso agli agenti. È una garanzia democratica che protegge tutti.

La cittadinanza onoraria e il significato del rigore

Il Consiglio comunale di Bologna conferì a Francesca Albanese la cittadinanza onoraria per il suo impegno nella difesa dei diritti umani, per il suo “rigore e indipendenza” e per avere contribuito ad affermare “il primato del diritto sulla forza”. La delibera fu approvata con 25 voti favorevoli e 9 contrari, con il sostegno del sindaco Lepore e della maggioranza di centrosinistra.

Dopo altre dichiarazioni controverse della relatrice, lo stesso Lepore riconobbe che alcune sue affermazioni erano “non condivisibili” e che diverse critiche nei suoi confronti erano legittime e, in certi casi, doverose. Il Comune decise comunque che la revoca della cittadinanza non fosse un’opzione.

La cittadinanza onoraria non significa che un Comune debba approvare ogni frase futura pronunciata da chi la riceve.

Ma significa certamente che i cittadini hanno il diritto di domandarsi se determinate dichiarazioni siano coerenti con le motivazioni di quel riconoscimento.

Dov’è il rigore nell’attribuire una responsabilità prima della conclusione degli accertamenti?

Dov’è il primato del diritto quando l’inchiesta giudiziaria viene preceduta da una sentenza politica?

Dov’è l’indipendenza quando qualunque vicenda italiana viene letta attraverso una sola e identica lente ideologica?

Sono domande legittime.

Non sono censura.

Non meno verità per Fakir, ma meno propaganda sulla sua morte

Criticare queste dichiarazioni non significa sostenere che Fakir non meritasse soccorso, rispetto e giustizia.

Significa esattamente il contrario.

Una persona morta non dovrebbe diventare materiale da utilizzare per confermare una teoria politica già costruita.

La sua storia merita di essere ricostruita per ciò che è realmente accaduto, non trasformata immediatamente nella copia italiana di un conflitto internazionale.

Gli agenti coinvolti meritano di essere giudicati per ciò che hanno fatto, non per l’uniforme che indossano.

I sanitari meritano che venga accertato il loro comportamento, non che vengano condannati osservando pochi secondi di un video.

E i cittadini meritano di conoscere la verità senza essere spinti a scegliere tra due tifoserie:

o stai con Fakir, oppure stai con la polizia;
o denunci il fascismo, oppure sei complice;
o accetti la parola “israelizzazione”, oppure non ti interessano i diritti umani.

No.

Una democrazia adulta può fare entrambe le cose:

indagare duramente su un possibile abuso e rifiutare una condanna anticipata.

Il problema non è che Francesca Albanese abbia chiesto verità.

Il problema è che ha già inserito quella verità, ancora sconosciuta, dentro una storia completa di colpevoli, sistemi repressivi, Israele e fascismo.

Questa non è analisi.

È la trasformazione di una morte in un’arma politica.

Ed è proprio quando le parole diventano armi che smettono di aiutarci a comprendere i fatti.

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