Analisi Politica

Benzina: prima e durante Meloni

Benzina: prima e durante Meloni

Dal crollo del 2020 alle guerre del 2022 e del 2026: chi decide davvero il prezzo che troviamo alla pompa?

 Quando il prezzo della benzina sale, una parte dell’opposizione trova sempre la stessa spiegazione: è colpa di Giorgia Meloni.

Non importa che il petrolio aumenti in tutto il mondo. Non importa che una guerra limiti le esportazioni, che lo Stretto di Hormuz venga quasi bloccato, che l’OPEC riduca l’offerta, che il dollaro si rafforzi o che le raffinerie abbiano difficoltà a produrre abbastanza benzina e gasolio.

Il cartellone del distributore cambia e il colpevole viene scelto prima ancora di ricostruire le cause.

Questa non è analisi economica. È personalizzazione propagandistica di un fenomeno internazionale.

Il governo italiano ha responsabilità precise: decide accise e agevolazioni, incassa l’IVA, può introdurre riduzioni temporanee, deve controllare concorrenza e trasparenza e può accelerare la riduzione della dipendenza energetica. Ma Palazzo Chigi non estrae il petrolio, non dirige le petroliere e non stabilisce il prezzo mondiale del greggio.

Per giudicare seriamente occorre distinguere la parte del prezzo controllabile dal governo da quella determinata dai mercati internazionali.

Quattro anni messi a confronto nello stesso periodo

Per evitare il trucco di scegliere un singolo giorno particolarmente favorevole o sfavorevole, ho elaborato i rilevamenti settimanali ufficiali del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica considerando, per tutti gli anni, lo stesso intervallo: dall’inizio di gennaio al 20 luglio.

Periodo gennaio–20 luglio Prezzo medio nazionale benzina
2020 1,459 euro/litro
2021 1,560 euro/litro
2022 1,887 euro/litro - Picco 2.21
2026 1,778 euro/litro - Picco 1.91

Il 20 luglio 2026 il prezzo settimanale è arrivato a 1,910 euro al litro. È una cifra pesante, che le famiglie avvertono immediatamente. Ma non è la media dell’intero periodo: è la fotografia di una settimana segnata da una nuova crisi petrolifera.

Il confronto mostra tre cose.

Primo: nel 2026 la benzina costa molto più che nel 2020 e nel 2021.

Secondo: nei primi sette mesi del 2026 costa mediamente meno che nello stesso periodo del 2022.

Terzo: il 2022 non può essere attribuito a Meloni, che si è insediata il 22 ottobre, quando quasi dieci mesi di quell’anno erano già trascorsi.

Attribuire alla presidente del Consiglio il prezzo medio del 2022 significa riscrivere il calendario.

Il 2020: benzina economica perché il mondo era fermo

Nel 2020 la benzina costava poco. Non perché il governo italiano avesse scoperto una formula miracolosa, ma perché la pandemia aveva paralizzato trasporti, industria e turismo.

Aerei a terra, autostrade vuote, fabbriche rallentate e consumi crollati produssero una caduta storica della domanda mondiale di petrolio.

Il prezzo basso fu quindi il riflesso di un’economia in condizioni eccezionali e drammatiche.

Usarlo oggi come prova che “prima i governi erano più bravi” sarebbe assurdo. Sarebbe come vantarsi del traffico ridotto durante il confinamento senza ricordare che milioni di persone non potevano uscire di casa.

Un prezzo può diminuire anche per una ragione pessima.

Il 2021: il mondo riparte e il carburante risale

Nel 2021 le attività riaprono, le persone tornano a viaggiare e la domanda di energia recupera rapidamente.

L’offerta, però, non si adegua con la stessa velocità. Riattivare produzione, raffinerie e catene logistiche richiede tempo. Il risultato è un aumento del petrolio e dei prodotti raffinati.

La benzina sale a circa 1,56 euro nello stesso periodo gennaio-luglio e a circa 1,62 euro come media dell’intero anno.

Giorgia Meloni non era al governo. Eppure il prezzo aumentava.

Questo semplice dato dovrebbe bastare a capire che il costo alla pompa non segue automaticamente il colore politico di Palazzo Chigi.

Il 2022: guerra in Ucraina e crisi energetica globale

Nel febbraio 2022 la Russia invade l’Ucraina. Energia, gas e petrolio diventano immediatamente strumenti di pressione geopolitica.

Sanzioni, timori sull’offerta, difficoltà logistiche e forte volatilità dei mercati fanno impennare la componente industriale del carburante.

Il Data Book UNEM mostra un elemento molto istruttivo. Nel 2021, sul prezzo medio finale della benzina, la componente industriale era di circa 0,609 euro al litro; nel 2022 sale a circa 0,946 euro. Nello stesso periodo la componente fiscale diminuisce, grazie al taglio temporaneo delle accise, da circa 1,022 a 0,870 euro grazie al fatto del non obbligo della verifica conti EUROPA!!.

Lo Stato incassava meno tasse per litro, ma il prezzo finale aumentava comunque.

Perché? Perché il costo industriale e internazionale era cresciuto molto più della riduzione fiscale.

Questa è la dimostrazione concreta che non basta guardare il numero sul cartellone e attribuirlo al governo.

Il 2026: due guerre e la crisi dello Stretto di Hormuz

Nel 2026 il mercato petrolifero subisce un altro shock.

Alla guerra tra Russia e Ucraina si aggiunge la nuova guerra in Medio Oriente e la drastica riduzione del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi energetici più importanti del pianeta.

Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, circa il 20% del consumo mondiale di petrolio e prodotti petroliferi transitava normalmente da quella rotta. Dopo l’inizio del conflitto, i flussi sono crollati e i prezzi fisici del greggio sono arrivati temporaneamente vicino a 150 dollari al barile. Anche dopo la parziale discesa del petrolio, benzina e gasolio raffinati sono rimasti circa il 30% sopra i livelli precedenti alla guerra.

Questo accade non soltanto in Italia, ma in tutti i Paesi importatori.

Dare a Meloni la responsabilità di quell’aumento significa attribuirle il controllo delle guerre, delle petroliere, dei produttori del Golfo e dell’offerta mondiale.

È una favola politica.

Che cosa forma il prezzo alla pompa

Il prezzo di un litro di benzina nasce da più componenti.

Petrolio e prodotti raffinati

Il greggio è la materia prima, ma la benzina deve essere raffinata, trasportata e distribuita. In alcuni momenti il prezzo del prodotto raffinato può salire persino più del greggio, soprattutto se mancano capacità produttive o determinate qualità di petrolio.

Cambio euro-dollaro

Il petrolio viene scambiato prevalentemente in dollari. Se l’euro si indebolisce, lo stesso barile costa di più agli operatori europei.

Produzione OPEC e guerre

Le decisioni dei grandi produttori, le sanzioni, i conflitti e la chiusura delle rotte possono ridurre l’offerta e far salire le quotazioni.

Raffinazione, logistica e distribuzione

Nel prezzo entrano costi di raffineria, stoccaggio, trasporto, obblighi ambientali, margini e funzionamento della rete dei distributori.

Accise e IVA

Questa è la componente sulla quale il governo italiano possiede il controllo più diretto. L’accisa è una somma fissa per litro; l’IVA si applica anche sul valore comprensivo dell’accisa.

È quindi corretto chiedere perché oltre metà del prezzo resti legata alla fiscalità e se, durante una crisi internazionale, sia opportuno ridurla temporaneamente.

Ma la componente fiscale non coincide con l’intero prezzo.

Dove finisce la critica e comincia la propaganda

È legittimo criticare il governo Meloni per avere concluso lo sconto generalizzato sulle accise alla fine del 2022.

È legittimo chiedere riduzioni temporanee quando i prezzi internazionali esplodono.

È legittimo domandare come venga utilizzato il maggior gettito IVA prodotto dall’aumento del prezzo industriale.

È legittimo discutere se gli aiuti debbano andare a tutti oppure essere concentrati su lavoratori, trasportatori e famiglie più fragili.

La propaganda comincia quando:

  • il prezzo mondiale del petrolio viene presentato come una decisione di Palazzo Chigi;
  • la guerra del 2022 viene attribuita a un governo insediato in ottobre;
  • la crisi di Hormuz viene cancellata dal racconto;
  • un prezzo settimanale viene spacciato per media annuale;
  • le accise vengono confuse con l’intera formazione del prezzo;
  • si suggerisce che in Francia, Spagna o Germania le guerre non abbiano alcun effetto.

Una critica precisa obbliga il governo a rispondere. Uno slogan generico serve soltanto ad alimentare rabbia.

Il governo non è innocente, ma non è onnipotente

Dire che Meloni non controlla il petrolio non significa assolvere il suo governo.

L’esecutivo può essere giudicato su:

  • accise e IVA;
  • durata e selettività degli aiuti;
  • controlli sui margini;
  • concorrenza nella distribuzione;
  • trasporto pubblico;
  • elettrificazione;
  • riserve strategiche;
  • riduzione della dipendenza dalle importazioni;
  • comunicazione trasparente dei prezzi.

Queste sono responsabilità vere.

Ma un governo serio non può promettere che la benzina resterà sempre bassa indipendentemente da guerre e mercati. E un’opposizione seria non può attribuirgli eventi che nessun governo nazionale è in grado di controllare.

Un numero senza la sua storia è soltanto uno slogan

La benzina era più economica nel 2020 perché il mondo era paralizzato.

Aumentò nel 2021 perché la domanda ripartì.

Esplose nel 2022 per la crisi energetica legata alla guerra, nonostante il taglio delle accise.

È tornata sotto pressione nel 2026 per la più grave interruzione dell’offerta petrolifera degli ultimi decenni.

In mezzo ci sono state decisioni fiscali italiane, alcune condivisibili e altre criticabili.

La frase “la benzina è cara, quindi è colpa di Meloni” cancella tutte queste cause per consegnare al pubblico un unico bersaglio.

Meloni non decide il prezzo mondiale del petrolio. Decide però quanto Stato rimane dentro ogni litro. È su quella parte che va giudicata, ma deve tenere sott occhio i conti dello stato purtroppo e anche tener conto della giusta ripartizione di sconto in base alle classi sociali

Criticare il governo è democrazia. Attribuirgli guerre, rotte marittime e prezzi mondiali è propaganda.

Fonti essenziali

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