Opinione Politica

De Luca e il PD che non c’è più

De Luca e il PD che non c’è più

sicurezza e minori: il distacco non è più soltanto personale. È diventato culturale.

Non mi interessa trasformare Vincenzo De Luca in un santino. A me piace il suo metodo molto di pancia e veritiero.

Ha un carattere forte, un linguaggio spesso eccessivo, una concezione molto personale del potere e una tendenza evidente a considerare incapaci quasi tutti quelli che non seguono il suo metodo. Si può apprezzarlo e, contemporaneamente, conservare molte riserve sul suo modo di governare e di comunicare.

Ma ascoltandolo parlare negli ultimi giorni di sicurezza, del caso Fakir, della condizione delle forze dell’ordine e delle responsabilità della politica, ho avuto una sensazione sempre più netta:

Non è De Luca a essere diventato di destra. È una parte del PD ad avere abbandonato alcuni temi che un tempo appartenevano pienamente alla sinistra.

Sicurezza, responsabilità, rispetto delle regole, efficienza dello Stato e protezione delle persone comuni non sono parole di destra.

Sono esigenze quotidiane. E una forza politica che pretende di rappresentare i lavoratori, le periferie e le persone più fragili dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro.

Questo ragionamento si inserisce perfettamente nel filo di questo blog: giudicare i comportamenti, non le identità; separare i fatti dagli slogan; non trasformare fascismo, razzismo e repressione in etichette automatiche da applicare a ogni tema scomodo.

Non assolve il governo. Ma non assolve neppure l’opposizione

La prima cosa che distingue De Luca dal comune dibattito politico è che non sente il bisogno di scegliere preventivamente una tifoseria. Nel suo intervento sui casi di Abderrahim Fakir e del gioielliere Mario Roggero, non ha detto che il governo stia facendo bene. Al contrario, ha accusato l’esecutivo di affrontare la sicurezza come se fosse appena arrivato da un altro pianeta, dimenticando di governare ormai da anni.

Ma subito dopo ha rivolto una critica altrettanto dura all’opposizione.

La conclusione scelta da De Luca è stata la «solitudine dei cittadini e la solitudine delle forze dell’ordine». Il governo, secondo lui, non garantisce risorse e presenza adeguate; l’opposizione non presenta proposte concrete e sostituisce troppo spesso la politica con cartelli, gesti parlamentari e rappresentazioni destinate ai social.

È una posizione interessante proprio perché non coincide interamente con nessuno dei due schieramenti.

La destra viene accusata di avere promesso ordine senza produrre sicurezza sufficiente.

La sinistra viene accusata di non riuscire nemmeno a parlare del problema senza rifugiarsi nell’ideologia, nella sociologia astratta o nella paura di sembrare repressiva.

Nel mezzo rimangono le persone.

Il negoziante che teme una rapina.

La donna che torna a casa la sera.

Il genitore che aspetta il figlio.

Il cittadino che chiama il 112 e si sente rispondere che non ci sono pattuglie disponibili.

E rimane anche il poliziotto che deve intervenire in pochi secondi, spesso senza sapere se la persona che ha davanti sia armata, alterata o pericolosa.

Accertare un possibile abuso senza costruire una sentenza politica

Sul caso Fakir, De Luca non ha detto che gli agenti debbano essere automaticamente assolti.

Ha affermato che, qualora vi sia stato un eccesso, dovranno stabilirlo la magistratura e gli accertamenti medico-legali. Ma ha aggiunto che prima di condannare pubblicamente chi è intervenuto bisognerebbe provare a immaginare la situazione concreta nella quale si trovava.

Questa non è impunità. È la richiesta di non sostituire l’inchiesta con un processo televisivo.

Un appartenente alle forze dell’ordine non deve essere assolto perché indossa una divisa. Ma non deve neppure essere dichiarato colpevole perché la sua divisa si presta perfettamente alla narrazione del poliziotto repressivo contro la persona fragile e straniera.

Si devono ricostruire i fatti.

Che cosa stava accadendo?

Quale pericolo era percepibile?

Quale forza è stata utilizzata?

Era necessaria?

È stata mantenuta troppo a lungo?

I soccorsi sono stati adeguati? Cosa potevano e fare e cosa la legge gli ha impedito di fare?

Queste domande non sono di destra o di sinistra. Sono le domande dello Stato di diritto.

Eppure una parte del dibattito ha preferito saltarle, per arrivare immediatamente al fascismo, alla violenza sistematica della polizia e perfino all’“israelizzazione” della società italiana.

De Luca si muove su un piano differente: non nega che possa esservi stato un abuso, ma rifiuta di considerarlo dimostrato prima degli accertamenti. E contemporaneamente ricorda che gli agenti operano in una condizione di carenza numerica, pressione e scarsa tutela.

È questo equilibrio che oggi sembra quasi rivoluzionario:

Né assoluzione automatica né condanna automatica. Prima i fatti.

La card sui minori: una critica seria trasformata in paura

Poi c’è la comunicazione scelta dal PD sulla riforma dell’imputabilità minorile:

«Con lei anche i vostri figli possono andare in carcere».

È un messaggio potentissimo.

Ed è proprio questo il problema.

La frase non spiega che cosa cambi realmente. Non dice che si parla di ragazzi tra i quattordici e i diciotto anni accusati di avere commesso un reato. Non chiarisce che l’età minima dell’imputabilità rimane fissata a quattordici anni. Non spiega che il disegno di legge introduce una presunzione relativa di capacità di intendere e di volere, superabile attraverso gli elementi acquisiti durante il procedimento. E non dice che rimane la diminuzione di pena prevista per i minorenni.

Il provvedimento può essere criticato. Anzi, esistono obiezioni serie.

Si può sostenere che l’inversione del criterio indebolisca la valutazione individuale della maturità del ragazzo. Si può temere un progressivo avvicinamento della giustizia minorile a quella degli adulti. Si può ricordare che la finalità principale dovrebbe essere il recupero e che il carcere deve rimanere l’ultima soluzione.

Penalisti, UNICEF e organizzazioni impegnate nella tutela dei minori hanno formulato contestazioni di questo genere. Sono argomenti che meritano una discussione vera.

Il PD, però, ha scelto di non mettere quegli argomenti nella propria immagine.

Ha scelto “i vostri figli”.

In questo modo il ragazzo accusato di rapina, aggressione o altro reato scompare. Rimane soltanto un figlio qualunque minacciato da Giorgia Meloni.

È un’operazione emotiva molto simile a quelle che lo stesso PD rimprovera continuamente alla destra: si elimina il contesto, si costruisce la paura e si presenta una proposta discutibile come un pericolo immediato per ogni famiglia.

La risposta di Meloni — i vostri figli possono andare in carcere quando delinquono — è anch’essa semplificata: commettere un reato non significa finire automaticamente in carcere. Esistono il giudice, le misure alternative, la messa alla prova, la gravità del fatto e tutto il sistema specifico della giustizia minorile.

Ma comunicativamente la premier ha avuto gioco facile.

Le è bastato reinserire nella frase ciò che il PD aveva cancellato: il comportamento del minore.

La distanza tra una card e un programma

Ed è qui che emerge davvero la differenza con De Luca.

Non perché De Luca abbia commentato quella specifica immagine: almeno per ora non risulta un suo intervento verificabile sulla card. Il confronto è tra due modi di intendere la politica.

Il PD nazionale produce una frase destinata a circolare sui social.

De Luca, tornando a guidare Salerno, ha istituito un Nucleo operativo sicurezza della Polizia municipale composto da circa venti persone, con servizi prevalentemente pomeridiani e serali. Il reparto si occupa di microcriminalità, degrado urbano, parcheggiatori abusivi, occupazioni, spaccio, luoghi abbandonati, controlli amministrativi e videosorveglianza.

Si può discutere se venti unità siano sufficienti.

Si può controllare tra qualche mese quanti interventi siano stati eseguiti, quali risultati siano stati raggiunti e quanto costi il servizio.

Ma una differenza rimane evidente:

Da una parte c’è una comunicazione. Dall’altra c’è almeno il tentativo di costruire uno strumento operativo.

E il progetto di De Luca contiene anche un elemento che racconta bene la sua idea di sinistra.

Il nuovo reparto deve verificare le situazioni di illegalità e, quando previsto, attivare le procedure relative alla posizione degli stranieri irregolari. Ma nello stesso programma è previsto l’intervento dei servizi sociali per le persone che si trovino in condizioni accertate di grave marginalità o vulnerabilità e che non abbiano commesso reati.

Questa è la distinzione che troppo spesso scompare:

Chi delinque deve essere fermato.

Chi si trova in difficoltà deve essere aiutato.

Essere poveri non significa essere delinquenti.

Essere stranieri non significa essere delinquenti.

Ma essere poveri o stranieri non può nemmeno trasformarsi in una giustificazione automatica per ogni comportamento.

Legalità e solidarietà non sono opposte.

Dovrebbero essere le due gambe della stessa politica.

«La verità conta più delle bandiere»

Il distacco di De Luca dal PD non nasce in questi giorni.

Nel 2024, presentando il suo libro Nonostante il PD, disse che per lui «la verità conta più delle bandiere di parte». Nello stesso intervento pose una domanda che il partito non sembra avere ancora risolto: com’è possibile lasciare alla destra il tema della sicurezza?

Definì la sicurezza urbana «un bisogno umano primario» e spiegò che per un lavoratore non contano soltanto salario e contratto, ma anche la condizione concreta della famiglia, il quartiere, la tranquillità dei figli e la possibilità di vivere senza paura.

Qui sta probabilmente il cuore del problema.

Il vecchio mondo della sinistra non considerava lo Stato un nemico.

Lo considerava uno strumento da conquistare democraticamente e utilizzare per migliorare la vita delle persone.

La scuola pubblica.

La sanità.

I trasporti.

Il lavoro.

La sicurezza.

La difesa dei più deboli.

Oggi, invece, una parte del progressismo sembra provare imbarazzo proprio davanti alla parola “sicurezza”, quasi fosse inevitabilmente collegata alla repressione.

E così lascia che sia la destra a interpretare la paura reale delle persone.

Poi, quando perde voti nelle periferie e tra i lavoratori, accusa gli elettori di essersi fatti sedurre dalla propaganda.

De Luca compie il ragionamento opposto:

Forse quelle persone non sono improvvisamente diventate fasciste.
Forse abbiamo smesso noi di ascoltare ciò che chiedevano.

De Luca non è diventato di destra

Questo deve essere chiarito. De Luca non sostiene che la destra stia governando bene la sicurezza. La accusa apertamente di inefficienza, propaganda e mancanza di uomini e risorse.

Non sostiene che ogni uso della forza da parte della polizia sia legittimo. Dice che gli eventuali eccessi devono essere accertati.

Non sostiene che basti il carcere per risolvere la devianza giovanile.

Non nega l’integrazione, la prevenzione o il lavoro sociale.

Sostiene però che l’integrazione non possa essere la risposta esclusiva a chi chiede protezione oggi.

Una famiglia ha certamente interesse a vivere un giorno in una società perfettamente integrata, inclusiva e priva di marginalità.

Ma questa sera vuole anche che la figlia possa rientrare a casa tranquillamente.

La politica deve occuparsi di entrambe le dimensioni.

Il lungo periodo non può diventare una scusa per abbandonare il presente.

Il PD dei cartelli e la sinistra dell’amministrazione

A mio giudizio, la vera distanza non è tra moderazione ed estremismo. È tra politica della rappresentazione e politica dell’amministrazione.

La politica della rappresentazione deve mostrare di stare dalla parte giusta. Produce parole, immagini, condanne, simboli e campagne.

La politica dell’amministrazione deve decidere che cosa fare lunedì mattina. 

Quante persone assumere.

Quali turni organizzare.

Dove mettere le pattuglie.

Come controllare le zone più problematiche.

Come aiutare chi vive in marginalità.

Come punire chi commette reati.

Come misurare i risultati.

La prima può ottenere migliaia di condivisioni.

La seconda può fallire e deve essere giudicata.

Ma almeno accetta il rischio della realtà.

Ed è forse per questo che De Luca appare tanto distante dal suo partito: non perché abbia smesso di considerarsi di sinistra, ma perché continua a pretendere che la sinistra governi, mentre una parte del PD sembra ormai convinta che basti dimostrare quotidianamente di essere moralmente migliore della destra.

Il problema non è De Luca. È lo specchio che mette davanti al PD

De Luca può essere arrogante.  Può sbagliare. Può esagerare. Può confondere decisione e personalismo.

Tutto questo deve essere discusso e verificato.

Ma quando parla di sicurezza come diritto sociale, di responsabilità individuale, di tutela delle forze dell’ordine e di risposte immediate ai cittadini, non sta tradendo la sinistra.

Sta ricordando alla sinistra una parte della propria storia.

La sicurezza serve soprattutto a chi non può comprarla.

Il degrado pesa soprattutto su chi non può trasferirsi.

La microcriminalità colpisce soprattutto i piccoli negozianti, gli anziani, i lavoratori e chi usa i mezzi pubblici.

La lentezza dello Stato danneggia soprattutto chi non possiede conoscenze, denaro o protezioni.

Per questo la sicurezza non dovrebbe essere il regalo più grande fatto dalla sinistra alla destra.

E per questo l’ultimo De Luca è politicamente interessante.

Non perché possieda tutte le risposte.

Ma perché pronuncia le domande che il PD preferisce evitare.

Il punto non è chiedersi quanto De Luca sia ancora vicino al Partito Democratico.

La domanda più inquietante è un’altra:

Quanto è ancora vicino il Partito Democratico alle persone che un tempo voleva rappresentare?

Forse il distacco che vediamo non racconta soltanto l’allontanamento di un uomo dal proprio partito.

Forse racconta l’allontanamento di un partito dalla realtà.

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