I megawatt non hanno ideologia: chi denuncia l’emergenza climatica non può trasformare il territorio in un divieto generalizzato.
Articolo di opinione. Dati e riferimenti verificati al 27 luglio 2026.
Da anni sentiamo ripetere che il governo Meloni avrebbe bloccato la transizione energetica e ostacolato le fonti rinnovabili.
Poi si guardano i dati e si scopre una realtà molto diversa.
Nel 2021 in Italia entrarono in esercizio 936 MW di nuova capacità fotovoltaica. Nel 2022 furono 2.482 MW. Nel 2023 si salì a 5.234 MW, nel 2024 a 6.795 MW e nel 2025 a 6.437 MW.
Nei tre anni pieni dal 2023 al 2025 sono quindi entrati in esercizio oltre 18,4 gigawatt di fotovoltaico.
Non significa che Giorgia Meloni abbia installato personalmente ogni pannello. Gli impianti dipendono da investimenti privati, incentivi approvati anche negli anni precedenti, procedure autorizzative, Regioni, Comuni, connessioni di rete, prezzi dell’energia e politiche europee.
Ma significa una cosa molto semplice: raccontare un’Italia immobile sulle rinnovabili è falso.
Quanti megawatt sono stati installati davvero
Il confronto è impressionante:
- 2021: +936 MW fotovoltaici;
- 2022: +2.482 MW;
- 2023: +5.234 MW;
- 2024: +6.795 MW;
- 2025: +6.437 MW.
Nel biennio 2021-2022 l’aumento complessivo fu di circa 3,4 GW. Nel triennio 2023-2025, interamente sotto il governo Meloni, fu superiore a 18,4 GW.
Il ritmo del 2025 è sceso del 5,3% rispetto al 2024, quindi non c’è motivo di celebrare senza riserve. Ma rimane quasi sette volte superiore a quello del 2021.
Questi numeri non autorizzano a intestare tutto al governo. Autorizzano però a respingere l’accusa opposta: l’Italia non ha fermato il fotovoltaico. Lo ha accelerato nettamente.
Merito del governo? Solo in parte
Un impianto entrato in esercizio nel 2023 o nel 2024 può essere nato da una decisione presa anni prima.
Le autorizzazioni richiedono tempo. Gli incentivi del Superbonus hanno favorito soprattutto gli impianti piccoli già nel 2021 e 2022. Il PNRR e le regole europee hanno orientato gli investimenti. Le imprese hanno reagito alla crisi del gas e all’aumento dei prezzi energetici. Terna e i distributori hanno dovuto collegare la nuova capacità alla rete.
Il governo Meloni può essere giudicato per le norme approvate durante il proprio mandato, per la velocità delle autorizzazioni, per lo sviluppo della rete e degli accumuli e per la capacità di mantenere gli obiettivi.
Non può appropriarsi retroattivamente di ogni progetto.
Ma l’opposizione non può nemmeno cancellare gli impianti entrati in esercizio perché disturbano la narrazione del governo “nemico delle rinnovabili”.
La posizione onesta è questa:
L’accelerazione è reale. Le sue cause sono plurime. Il governo ne condivide una parte del merito e porta la responsabilità di non rallentarla.
Non basta installare pannelli
Anche 18,4 GW in tre anni non risolvono automaticamente la transizione.
Servono reti capaci di trasportare energia da aree con molta produzione a zone con maggiore domanda.
Servono accumuli per utilizzare l’elettricità quando il sole non c’è.
Servono impianti programmabili e sistemi di bilanciamento per garantire stabilità.
Servono autorizzazioni più rapide e regole chiare.
Servono criteri per evitare consumo irrazionale di suolo, speculazione e concentrazioni eccessive.
Servono interventi su tetti industriali, parcheggi, aree dismesse, cave, terreni degradati e agrivoltaico ben progettato.
Il dato dei megawatt è fondamentale, ma non basta da solo. Una transizione seria deve combinare quantità, rete, paesaggio, accumuli e consenso territoriale.
La Sardegna e il paradosso progressista
Il caso Sardegna rende visibile una contraddizione politica enorme. Anche se la condivido se si toccano le zona naturali
La Regione è guidata da Alessandra Todde, esponente del Movimento 5 Stelle, sostenuta da una coalizione progressista. La stessa area politica accusa spesso il governo nazionale di ritardare la transizione ecologica e di non comprendere l’emergenza climatica.
Eppure nel 2024 la Sardegna ha approvato prima una moratoria temporanea e poi una disciplina che trasformava le aree classificate “non idonee” in un divieto assoluto di realizzare impianti.
La presidente Todde rivendicò che gli impianti, compresi quelli già in autorizzazione, avrebbero potuto essere realizzati soltanto nelle aree idonee.
La tutela del paesaggio sardo è una necessità reale. L’isola non deve diventare una piattaforma energetica disordinata al servizio di operatori esterni, senza benefici per i residenti. Esistono progetti sproporzionati, speculativi o collocati male che devono essere respinti.
Ma tutela non significa blocco generalizzato.
Che cosa ha detto la Corte costituzionale
La Corte costituzionale, con la sentenza n. 184 del 2025, ha dichiarato illegittima la parte della legge sarda che introduceva il divieto assoluto nelle aree “non idonee”.
La distinzione giuridica è importante.
Un’area non idonea è un’area nella quale il progetto incontra condizioni più difficili, non beneficia delle procedure accelerate e richiede una valutazione ordinaria più severa.
Non è automaticamente un’area nella quale qualunque impianto debba essere vietato prima ancora di esaminarlo.
La Corte lo ha scritto chiaramente: l’inidoneità non può equivalere a un divieto assoluto e aprioristico.
Già con la sentenza n. 28 del 2025 era stata dichiarata illegittima la moratoria che bloccava nuovi impianti fino a diciotto mesi, anche in procedimenti già avviati.
Questo non ha cancellato il potere della Regione di pianificare e individuare aree idonee e non idonee. Ha impedito che la pianificazione diventasse una serrata quasi totale.
“Non qui” moltiplicato per tutta Italia significa “mai”
Il conflitto locale è comprensibile.
Nessuno desidera vedere una pala eolica davanti a un paesaggio di valore o ettari di pannelli installati senza criterio. Ogni territorio vuole tutelare la propria identità, l’agricoltura, il turismo e il paesaggio.
Ma la transizione energetica è un’infrastruttura fisica. Non esiste soltanto nei documenti.
Richiede pannelli visibili.
Richiede pale visibili.
Richiede elettrodotti visibili.
Richiede cabine, accumuli e cantieri.
Se ogni Regione dichiara di essere favorevole alle rinnovabili ma contraria agli impianti sul proprio territorio, il risultato nazionale è il blocco.
Questa è la versione energetica del classico “sì, però non qui”. Quando il “non qui” viene ripetuto da venti Regioni e migliaia di Comuni, diventa “non da nessuna parte”.
La politica non può sostenere due cose opposte
Non si può accusare Roma di non installare abbastanza rinnovabili e contemporaneamente approvare sul territorio norme che vietano in modo aprioristico gli impianti.
Non si può proclamare l’emergenza climatica e poi trattare ogni pannello come una minaccia assoluta.
Non si può chiedere energia più pulita, bollette più basse e indipendenza dal gas senza accettare le infrastrutture necessarie.
Questo vale per la sinistra e per la destra. Anche molti amministratori di centrodestra difendono a parole la sicurezza energetica e poi sostengono i comitati contrari a ogni progetto locale.
Ma nel caso sardo la contraddizione è particolarmente evidente perché proviene da forze che hanno costruito una parte importante della propria identità sulla lotta climatica.
I megawatt non hanno tessere di partito. O vengono autorizzati e collegati, oppure restano slogan.
Una via seria esiste
Criticare il blocco non significa autorizzare tutto.
Una politica seria dovrebbe:
- privilegiare tetti, capannoni, parcheggi e aree già compromesse;
- individuare con chiarezza le zone realmente incompatibili;
- accelerare le autorizzazioni nelle aree adatte;
- valutare i progetti nelle aree non idonee senza divieti automatici;
- imporre compensazioni territoriali trasparenti;
- garantire benefici energetici alle comunità locali;
- coordinare impianti, rete e accumuli;
- limitare la frammentazione speculativa dei progetti;
- pubblicare tempi e risultati delle autorizzazioni.
In questo modo il paesaggio non diventa una vittima della transizione e la tutela del paesaggio non diventa il pretesto per non fare nulla.
Il risultato nazionale va riconosciuto
Dal 2023 al 2025 l’Italia ha messo in esercizio oltre 18,4 GW di fotovoltaico. È un’accelerazione enorme rispetto agli anni immediatamente precedenti.
Non basta per dichiarare vinta la transizione. Il 2025 ha mostrato un lieve rallentamento e il Paese deve continuare a installare, potenziare la rete e sviluppare accumuli.
Ma il dato esiste.
Chi continua a dire che “Meloni ha bloccato le rinnovabili” deve spiegare come si concili quella frase con oltre 18 mila MW fotovoltaici aggiunti nei tre anni pieni del suo governo.
E chi governa territori progressisti deve spiegare come si concili l’emergenza climatica con divieti tanto estesi da essere dichiarati incostituzionali.
La conclusione
La transizione ecologica non è reale se disboschiamo o deturpiamo la natura. CI SONO DECINE DI MIGLIAIA DI TETTI! RAGIONIAMO SU QUELLI in primis
La transizione ecologica non si misura dal numero di volte in cui un politico pronuncia la parola “clima”.
Si misura in megawatt installati, chilometri di rete, sistemi di accumulo, tempi autorizzativi, riduzione delle emissioni e bollette.
L’Italia ha accelerato. Può e deve fare di più.
La Sardegna ha il diritto di difendere il proprio paesaggio. Non ha però il diritto di trasformare l’intero territorio in un divieto preventivo incompatibile con le regole nazionali ed europee.
La politica demagogica promette energia pulita senza impianti. La politica seria decide dove costruire, con quali limiti e con quali vantaggi per chi vive nei territori.
I pannelli non si installano con una conferenza stampa. E il clima non cambia perché abbiamo scritto “emergenza” in un manifesto.
Fonti essenziali
- Terna, Piano di sviluppo 2023: capacità fotovoltaica 2021 e 2022
- Terna, Rapporto mensile sul sistema elettrico, dicembre 2024
- Terna, Rapporto mensile sul sistema elettrico, dicembre 2025
- Corte costituzionale, sentenza n. 28/2025
- Corte costituzionale, sentenza n. 184/2025
- Regione Sardegna, dichiarazioni sulla legge delle aree idonee, 4 dicembre 2024
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