Opinione Società

Fascista. Razzista. Parole da non dimenticare

ricordiamo cosa significano nella realtà senza il marketing del politco

Non sono insulti generici contro chi ci dà fastidio. Sono parole nate da ideologie, discriminazioni e sofferenze reali. Usarle con precisione significa rispettare la storia e difendere la democrazia.

Non smettiamo di chiamare fascista chi è davvero fascista.
Non smettiamo di chiamare razzista chi discrimina davvero.
Smettiamo di usare quelle parole contro chiunque ci dia fastidio.

Perché una democrazia non si difende gridando sempre più forte.
Si difende riconoscendo con chiarezza ciò che ha davanti.

Questo articolo nasce da qui.

Non dalla volontà di eliminare due parole scomode dal nostro vocabolario, ma dal bisogno di restituire loro il peso che stanno perdendo.

Fascisti e razzisti esistono ancora.

Esistono persone che considerano altri esseri umani inferiori per il colore della pelle o per l’origine. Esistono nostalgici di regimi autoritari. Esistono gruppi che giustificano la violenza politica, la discriminazione e la cancellazione delle libertà altrui.

Quando quei comportamenti sono reali, dobbiamo chiamarli con il loro nome.

Il problema comincia quando le stesse parole vengono usate prima di avere esaminato i fatti, al posto degli argomenti o semplicemente contro chi esprime un’opinione diversa.

Una richiesta di maggiore sicurezza non è automaticamente fascismo.

La discussione sui controlli alle frontiere non è automaticamente razzismo.

Una legge sgradita non trasforma automaticamente una democrazia in una dittatura.

Un insulto razzista pronunciato da un singolo individuo non dimostra automaticamente che un’intera istituzione, un governo o tutto il Paese siano razzisti.

Le parole devono descrivere la realtà.

Non devono sostituirla.

Fascista non significa severo, conservatore o antipatico oc he la pensa in modo diverso

Il fascismo non fu semplicemente un governo duro. Non fu un politico arrogante. Non fu una legge contestata dall’opposizione.

Il fascismo nacque in Italia come movimento politico nel 1919, arrivò al potere nel 1922 e trasformò progressivamente lo Stato in un regime autoritario a partito unico. La violenza politica non fu un incidente marginale: le squadre fasciste assaltarono e distrussero organizzazioni avversarie, mentre il movimento esaltava l’azione delle minoranze armate e il disprezzo per la democrazia parlamentare.

Dal 1925 iniziò la costruzione vera e propria della dittatura.

Alla fine del 1926 gli altri partiti erano stati messi fuori legge. I giornali di opposizione vennero chiusi o assorbiti. La libertà di organizzazione fu abolita. Non era ammessa una reale critica al governo e venne istituito un Tribunale speciale per i reati contro lo Stato e il regime.

Questa era la differenza tra una democrazia imperfetta e una dittatura.

Oggi possiamo insultare il presidente del Consiglio, contestare un ministro, aprire un blog contro il governo, fondare un partito, organizzare un corteo, votare per l’opposizione e sperare che vinca le successive elezioni.

Nel regime fascista l’opposizione non doveva semplicemente convincere più elettori. L’opposizione doveva essere eliminata.  

Essere interrotti durante una trasmissione televisiva può essere scorretto.

Non poter possedere un giornale indipendente è un’altra cosa.

Essere contestati durante un comizio può essere sgradevole.

Non poter fondare un partito d’opposizione è un’altra cosa.

Essere criticati duramente sui social può diventare una gogna.

Essere sorvegliati, arrestati o giudicati da un tribunale politico perché si contesta il regime appartiene a un livello completamente diverso.

Non tutto ciò che è autoritario è automaticamente il fascismo storico.

Ma proprio conoscere il fascismo storico permette di riconoscere comportamenti realmente autoritari prima che diventino sistema.

Il fascismo divenne anche discriminazione di Stato

Nel 1938 il regime fascista italiano introdusse una legislazione antisemita.

Gli ebrei furono allontanati dagli impieghi pubblici, comprese le scuole. Furono vietati i matrimoni tra ebrei e non ebrei. Gli ebrei vennero espulsi dalle forze armate e da diversi settori della vita pubblica e professionale.

Pensiamo alla concretezza di queste decisioni.

Un insegnante poteva perdere il lavoro non perché fosse incapace, ma perché ebreo.

Un ragazzo poteva essere escluso dalla scuola non per ciò che aveva fatto, ma per la famiglia nella quale era nato.

Due persone potevano vedersi vietare il matrimonio non perché avessero commesso un reato, ma perché lo Stato aveva deciso che le loro origini non fossero compatibili.

Questa non era l’offesa di un passante maleducato.

Era una discriminazione trasformata in legge, applicata attraverso scuole, ministeri, uffici e amministrazioni.

Quando pronunciamo con leggerezza la parola fascista, dentro quella parola dovremmo riuscire a vedere anche tutto questo.

Razzista non significa chiunque discuta di immigrazione

Anche la parola razzista deve rimanere nel nostro vocabolario.

Una persona che considera un altro essere umano inferiore perché nero, asiatico, arabo, ebreo o appartenente a una determinata etnia può essere razzista.

Un insulto rivolto a qualcuno esclusivamente per il colore della pelle può essere razzista.

Un datore di lavoro che esclude sistematicamente persone di una determinata origine può attuare una discriminazione razziale.

Non bisogna quindi cadere nell’errore opposto e sostenere che il razzismo esista soltanto quando diventa legge dello Stato.

Esiste anche il razzismo individuale. Ma bisogna distinguere. Un pregiudizio personale non è una legge.

Un insulto non è un sistema di segregazione.

Un singolo comportamento discriminatorio non dimostra automaticamente che un intero corpo dello Stato, una città o una nazione siano razzisti.

Condannare il singolo episodio è giusto. Usarlo senza altre prove per pronunciare una sentenza contro milioni di persone è un’altra generalizzazione.

E le generalizzazioni rimangono sbagliate anche quando vengono utilizzate in nome di una causa considerata giusta.

Quando il razzismo decideva dove potevi sederti

Per capire il peso di questa parola basta ricordare le leggi di segregazione razziale negli Stati Uniti.

Dalla fine dell’Ottocento fino agli anni Sessanta, numerosi Stati americani applicarono le cosiddette leggi Jim Crow. Neri e bianchi venivano separati nelle scuole, nei trasporti e in molti luoghi pubblici. Le norme vietavano frequentemente i matrimoni misti e imponevano strutture separate persino nei bagni, nelle sale d’attesa e negli sport.

Un bambino nero non veniva escluso da una scuola perché si era comportato male.

Veniva escluso perché era nero.

Un cittadino non doveva semplicemente sopportare il pregiudizio di un singolo individuo.

Doveva vivere dentro un ordinamento che gli indicava dove studiare, dove aspettare l’autobus e quali spazi potesse condividere con i bianchi.

Questo era razzismo istituzionalizzato.

Era una società nella quale la discriminazione non veniva soltanto tollerata da alcune persone.

Veniva organizzata e imposta attraverso la legge.

Possiamo utilizzare la parola razzismo anche per un comportamento individuale contemporaneo. Ma non possiamo fingere che ogni episodio abbia la stessa dimensione, la stessa responsabilità e le stesse conseguenze.

Dire che due fenomeni appartengono allo stesso campo morale non significa dire che siano identici.

Non tutto è uguale, anche quando tutto è sbagliato

Un insulto razzista è sbagliato.

Negare un lavoro a una persona per la sua origine produce già una conseguenza concreta e più grave.

Una pratica discriminatoria ripetuta dentro un’istituzione è ancora più grave.

Una legge che esclude un’intera categoria di cittadini dalla scuola, dal lavoro o dai servizi rappresenta un livello devastante.

La stessa necessità di proporzione vale per il fascismo.

Un atteggiamento intollerante può essere autoritario.

Tentare di impedire con la forza a qualcuno di parlare è antidemocratico.

Organizzare gruppi violenti per eliminare sistematicamente gli avversari è qualcosa di ancora più grave.

Conquistare lo Stato, abolire il pluralismo, chiudere la stampa e cancellare le elezioni libere è il regime.

Possiamo condannare ogni passaggio.

Ma dobbiamo saperli distinguere.

La precisione non serve a minimizzare il primo comportamento.

Serve a capire quanto è grave, che cosa può diventare e come impedirgli di crescere.

Perché oggi queste parole vengono usate tanto facilmente?

Perché funzionano.

Dire:

“Non condivido la tua proposta sull’immigrazione e penso che produca conseguenze ingiuste”

obbliga a spiegare quali siano quelle conseguenze.

Dire:

“Sei razzista”

permette di chiudere il confronto.

Dire:

“Questa norma concentra troppo potere nell’esecutivo e presenta aspetti autoritari”

richiede un’analisi del testo.

Dire:

“È fascismo”

consente di saltare direttamente alla sentenza.

L’etichetta evita il ragionamento.

Una volta definita una persona fascista o razzista, non è più necessario rispondere alle sue argomentazioni. La persona viene trasformata nel problema.

Non bisogna più dimostrare che la sua proposta sia inefficace, ingiusta o illegale. Basta convincere il pubblico che non meriti neppure di essere ascoltata.

La paura e l’indignazione viaggiano più velocemente

Questo meccanismo viene premiato anche dai social.

Uno studio condotto su oltre mezzo milione di messaggi riguardanti temi politici divisivi ha rilevato che il linguaggio morale ed emotivo era associato a una diffusione maggiore dei contenuti, soprattutto all’interno dei gruppi ideologicamente omogenei. Nel campione studiato, ogni parola morale-emotiva aggiuntiva era collegata a un aumento medio della condivisione di circa il 20%.

Non significa che ogni persona indignata stia fingendo.

Significa che il sistema premia le parole capaci di provocare una reazione immediata.

“Non sono convinto” genera poca attenzione.

“Vergogna fascista” genera commenti, reazioni, condivisioni e scontro.

“Bisognerebbe verificare se ci sia stata una discriminazione” richiede tempo.

“L’Italia è un Paese razzista” divide immediatamente il pubblico tra colpevoli e innocenti.

La complessità informa.

L’indignazione si diffonde.

Tre danni prodotti dall’abuso

Il primo danno riguarda la memoria.

Usare parole nate da persecuzioni, segregazioni e dittature come normali insulti politici riduce la sofferenza delle vittime a materiale per una campagna social.

Il secondo danno riguarda le persone accusate oggi.

Definire qualcuno fascista o razzista senza spiegare quali fatti giustifichino l’accusa significa colpirne la dignità, la reputazione e spesso il diritto di essere ascoltato.

Il terzo danno riguarda il futuro.

Un allarme che suona continuamente perde efficacia.

Se tutto è fascismo, nulla è più riconoscibile come fascismo.

Se tutto è razzismo, diventa più difficile distinguere un insulto, una discriminazione concreta, una pratica istituzionale e un vero sistema di segregazione.

Non diventiamo più sensibili.

Diventiamo assuefatti.

Le domande da fare prima di pronunciarle

Prima di chiamare qualcuno fascista, chiediamoci:

Vuole eliminare il pluralismo politico?

Sostiene la violenza organizzata contro gli avversari?

Vuole impedire con la forza la libertà di espressione e associazione?

Considera inutili le elezioni, i giudici indipendenti e i limiti costituzionali?

Oppure ha espresso un’opinione conservatrice, severa o semplicemente diversa dalla nostra?

Prima di chiamare qualcuno razzista, chiediamoci:

Ha giudicato una persona inferiore per la sua origine?

Le ha negato un diritto, un lavoro o un servizio per il colore della pelle?

Ha chiesto discriminazioni contro un intero gruppo?

Oppure ha criticato il comportamento concreto di un individuo, una politica migratoria o una violazione della legge?

La nazionalità non rende una persona colpevole.

Ma non la rende neppure automaticamente innocente.

Il colore della pelle non può essere motivo di condanna.

Ma non deve neppure diventare uno scudo contro ogni responsabilità.

La regola più semplice rimane questa:

Le persone si giudicano per ciò che fanno, non per ciò che sono.

Non cancelliamo queste parole. Salviamole.

Fascista e razzista non devono scomparire.

Ci servono ancora.

Ci servono per riconoscere chi vuole davvero cancellare le libertà democratiche.

Ci servono per denunciare chi discrimina le persone per la loro origine.

Ci servono per impedire che l’intolleranza, la violenza politica e la superiorità razziale tornino a essere considerate normali.

Proprio perché sono necessarie, non possiamo consumarle nella polemica quotidiana.

Non possiamo trasformare fascista in sinonimo di “persona che non mi piace”.

Non possiamo trasformare razzista in sinonimo di “persona che non condivide la mia politica sull’immigrazione”.

Non possiamo usare il dolore storico come strumento di marketing politico.

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