Analisi Società

Pride e bandiere palestinesi: solidarietà o cortocircuito ideologico?

Pride e bandiere palestinesi: solidarietà o cortocircuito ideologico?
Pride e bandiere palestinesi: sanno davvero che cosa stanno difendendo?

Pride e bandiere palestinesi: sanno davvero che cosa stanno difendendo?

Portare una bandiera è legittimo. Ma chi manifesta per i diritti LGBTQ dovrebbe almeno conoscere le condizioni in cui vivono gli omosessuali nei territori palestinesi.

Ai Pride italiani si vedono sempre più spesso bandiere palestinesi accanto a quelle arcobaleno.

Ognuno è libero di portare la bandiera che vuole. Ma proprio una manifestazione nata per difendere diritti e libertà dovrebbe accettare una domanda molto semplice:

Chi porta la bandiera palestinese al Pride sa realmente come vengono trattate le persone LGBTQ nei territori palestinesi?

Non sto parlando di Israele. Non sto cercando di stabilire chi abbia ragione in una guerra.

Non sto sostenendo che un civile palestinese debba essere abbandonato perché appartiene a una società più conservatrice della nostra.

Sto parlando degli italiani che vanno in piazza, si fotografano con due bandiere e utilizzano quell’immagine per presentarsi come moralmente migliori degli altri. Sicuramente molti lo fanno per essere vicini ai poveri palestinesi, quelli che subiscono realmente questa guerra, ma tanto lo fanno perchè credono che quella "democrazia" sia migliore della nostra?

Sanno che cosa stanno rappresentando oppure seguono semplicemente la moda politica del momento?

Prima distinzione: quale Palestina e quale governo?

Dire genericamente “il governo palestinese” è già impreciso.

Gaza e Cisgiordania non hanno lo stesso ordinamento e non sono amministrate nello stesso modo. Anche la situazione giuridica delle persone omosessuali è differente.

Quindi la bandiera palestinese non equivale automaticamente alla bandiera di Hamas, al sostegno dell’Autorità nazionale palestinese o all’approvazione di una determinata legge.

Una persona può portarla per solidarietà verso la popolazione civile. Questo va riconosciuto.

Ma la precisazione non può diventare una scusa per evitare il problema.

Se quella bandiera viene utilizzata al Pride come simbolo politico, chi la porta dovrebbe conoscere anche la realtà dei diritti che dice di difendere.

A Gaza i rapporti tra uomini sono ancora formalmente criminalizzati

A Gaza è ancora in vigore una disposizione del codice penale risalente al Mandato britannico del 1936. La norma punisce gli atti sessuali tra uomini con una pena massima teorica di dieci anni di carcere.

È corretto aggiungere che le informazioni sull’applicazione recente della disposizione sono limitate.

Ma è altrettanto corretto dire che quella norma esiste ancora.

E una legge che considera criminale una relazione privata tra due adulti non è un dettaglio trascurabile per chi sfila in nome della libertà sessuale.

La norma non fu scritta da Hamas: fu ereditata dal dominio britannico. Ma nel 2026 è ancora in vigore.

In Cisgiordania non è reato, ma questo non significa piena libertà

In Cisgiordania i rapporti omosessuali consensuali non sono criminalizzati.

Anche qui, però, sarebbe superficiale fermarsi alla sola legge scritta.

Sono documentati episodi di discriminazione e violenza e, nel 2019, la polizia palestinese vietò temporaneamente gli incontri pubblici dei gruppi LGBTQ; la decisione fu poi revocata dopo le proteste.

Questo non permette di dire che ogni palestinese sia omofobo. Sarebbe una generalizzazione stupida e ingiusta.

Esistono palestinesi omosessuali e organizzazioni locali come alQaws e Aswat, impegnate a cambiare la propria società. La loro esistenza dimostra sia che il popolo palestinese non è un blocco uniforme, sia che il problema è reale.

“Se andassero vestiti così, tirerebbero loro le pietre”?

Non possiamo scrivere che accadrebbe sicuramente a chiunque.

Non possiamo sapere che cosa succederebbe a ogni singola persona, in ogni città e in ogni circostanza.

Possiamo però affermare una cosa più precisa e già abbastanza grave:

La libertà di mostrarsi pubblicamente come avviene in un Pride italiano non è garantita allo stesso modo nei territori palestinesi, e sono documentati episodi di ostilità e violenza contro persone o iniziative percepite come LGBTQ.

Non serve esagerare per rendere evidente il cortocircuito.

Una persona può camminare per Roma con abiti appariscenti, tenere per mano il proprio compagno, partecipare a un Pride, criticare un partito o una religione e costituire un’unione civile.

Non significa che in Italia non esistano omofobia, aggressioni o discriminazioni. Significa che l’ordinamento italiano non criminalizza una persona per il suo orientamento e riconosce diritti concreti alle coppie dello stesso sesso.

A Gaza la situazione giuridica è diversa. In Cisgiordania la legge è meno repressiva, ma la libertà sociale rimane più fragile.

Chi porta insieme le due bandiere dovrebbe saperlo.

Solidarietà o sostegno politico? La risposta è semplice

Portare una bandiera palestinese per chiedere che i civili non vengano uccisi non significa sostenere Hamas o approvare l’omofobia presente in una società.

Quindi la risposta è no: non possiamo accusare automaticamente ogni partecipante al Pride con una bandiera palestinese di sostenere un governo o una legge contro gli omosessuali.

Ma il gesto diventa un cortocircuito quando quella bandiera viene usata senza alcuna consapevolezza, come accessorio politico alla moda o certificato automatico di superiorità morale.

Diventa ipocrisia quando si denuncia ogni frase sgradita pronunciata in Italia, ma si tace davanti a una norma che criminalizza formalmente le relazioni tra uomini.

Diventa ignoranza quando si idealizza una società che, in molti suoi ambienti, non riconosce le libertà esercitate in quel medesimo corteo.

La domanda che rivolgerei a chi sfila

Non chiederei: “Sei favorevole o contrario alla Palestina?”

Chiederei:

Stai difendendo la vita dei civili oppure stai difendendo anche il sistema politico e culturale nel quale vivono?

Se la risposta è: “Difendo i civili, ma condanno Hamas, la criminalizzazione dell’omosessualità e ogni discriminazione contro le persone LGBTQ”, non vedo alcuna incoerenza.

Se invece la risposta è: “La Palestina rappresenta sempre il bene e chi ne critica la cultura fa propaganda”, allora siamo davanti a una tifoseria, non a una difesa coerente dei diritti.

Portare una bandiera significa anche assumersi la responsabilità di conoscerla

Nessuno deve superare un esame di geopolitica prima di partecipare a una manifestazione.

Ma esiste una differenza tra non conoscere ogni dettaglio e non voler conoscere nulla.

Chi manifesta per i diritti dovrebbe essere più esigente degli altri verso i propri simboli.

Un Pride dovrebbe servire a difendere persone reali, comprese le persone LGBTQ palestinesi.

E difenderle significa anche avere il coraggio di dire che una società che le costringe a nascondersi deve cambiare.

La solidarietà verso i palestinesi non impone il silenzio sulle responsabilità palestinesi.

La critica a Hamas non cancella il diritto alla vita dei civili.

E conoscere la realtà non significa stare dalla parte di Israele.

Significa semplicemente smettere di utilizzare le bandiere come accessori per farsi belli in piazza.

La solidarietà consapevole è una scelta. La solidarietà senza conoscenza è soltanto una posa.

Fonti essenziali

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