VITTIME E ATTENZIONE PUBBLICA
Il caso Fakir merita verità e giustizia. Ma anche chi muore lavorando merita più di ventiquattr’ore di attenzione.
C’è una domanda scomoda che il dibattito pubblico italiano evita quasi sempre: tutte le vittime ricevono davvero la stessa attenzione?
Non si tratta di stabilire quale vita valga di più. Ogni morte ingiusta, evitabile o avvenuta mentre una persona si trova sotto la responsabilità di altri merita verità, indagini e giustizia.
Il problema nasce quando il dolore viene selezionato in base alla sua utilità politica. Alcune vittime diventano immediatamente simboli. Il loro nome entra nei talk show, nei discorsi dei leader, negli slogan delle manifestazioni e nel confronto fra schieramenti. Altre vengono raccontate per poche ore, spesso nella cronaca locale, prima di essere sostituite dalla notizia successiva.
Non è una gara tra morti. È una domanda sulla qualità della nostra coscienza pubblica.
Il caso Fakir merita verità, non tifoserie
Abderrahim Fakir è morto il 19 luglio 2026 a Bologna durante un intervento di polizia. Gli agenti erano stati chiamati dopo segnalazioni di comportamento aggressivo e danneggiamenti. La Procura ha aperto un’indagine e le registrazioni delle bodycam sono state messe a disposizione degli inquirenti.
È un fatto grave. Quando una persona muore durante un intervento dello Stato, lo Stato deve spiegare esattamente che cosa sia accaduto.
Ma proprio per questo servono rigore e prudenza. Un video può sollevare domande decisive, ma non sostituisce gli accertamenti medico-legali, le testimonianze, le registrazioni complete e il lavoro della magistratura. Parlare subito di “omicidio di Stato” significa anticipare una sentenza; assolvere preventivamente tutti significa compiere l’errore opposto.
La domanda corretta non è: “Perché si parla di Fakir?”. La domanda corretta è: perché soltanto alcune morti riescono a produrre un’attenzione nazionale così intensa e prolungata?
I morti sul lavoro non sono una categoria astratta o sbaglio?
Nei primi cinque mesi del 2026 sono state registrate 370 denunce mortali collegate al lavoro: 269 in occasione di lavoro e le restanti durante il tragitto casa-lavoro. Dietro quei numeri non ci sono “incidenti” impersonali. Ci sono persone che al mattino sono entrate in un cantiere, in una fabbrica, in un magazzino o in un campo e non sono tornate a casa.
Il 24 luglio la cronaca ha raccontato la morte di Fabrizio Pittalis, appena diciottenne, colpito durante operazioni con un muletto in un impianto del Nuorese. Nelle stesse giornate erano stati ricordati anche Wladyslaw Pernal, 64 anni, morto mentre lavorava su un terrazzo a Latina, e Francesco Gritto, 54 anni, deceduto mentre si trovava in un cantiere fotovoltaico.
Quanti ricordano oggi questi nomi?
Non perché i giornali non ne abbiano parlato affatto. Ma perché queste morti tendono a essere assorbite dentro una formula ormai automatica: “ennesima vittima sul lavoro”. La parola “ennesima” dovrebbe provocare scandalo. Spesso, invece, produce assuefazione.
Quattro nomi da non sbagliare
Il primo giugno 2026 quattro giovani braccianti persero la vita nel rogo doloso di un minivan ad Amendolara, in provincia di Cosenza.
Si chiamavano Waseem Khan, 29 anni; Amin Fazal Khogjani, 28 anni; Ullah Ismat Qiemi, appena 19 anni; e Safi Iayjad, 27 anni.
Due uomini sono stati arrestati nell’ambito dell’inchiesta. Le indagini hanno riguardato anche il contesto lavorativo, il trasporto dei braccianti e il possibile sfruttamento, mentre movente e responsabilità definitive appartengono al processo e non alla propaganda.
Per quelle vittime ci furono iniziative sindacali..finalmente e giustamente....ma contro lo stato a prescindere senza pensare a cosa non han mai fatto i sindacati in questi anni. Sarebbe quindi falso parlare di silenzio assoluto. Ma dopo i cortei e i comunicati, quanto spazio stabile è rimasto per i problemi rivelati da quella strage: controlli, lavoro irregolare, alloggi degradanti, trasporti, filiere produttive e organici ispettivi? Dove son finiti quei sindacalisti? Dopo aver fatto un pò di markting son spariti.. NON SI FA COSI!
La vittima politicamente “leggibile”
Una tragedia diventa più facilmente un caso nazionale quando può essere racchiusa dentro una narrazione semplice: una vittima, un possibile colpevole immediatamente riconoscibile, un video forte, due schieramenti contrapposti e un simbolo utilizzabile nella battaglia politica.
Le morti sul lavoro raccontano spesso responsabilità più diffuse e scomode. Possono coinvolgere procedure aziendali, formazione insufficiente, controlli carenti, catene di appalti, ritmi produttivi, lavoro irregolare e norme applicate male. Non c’è sempre un singolo volto contro cui indirizzare l’indignazione. C’è un sistema da correggere.
Questa è un’interpretazione, non una statistica già dimostrata. Per misurare seriamente lo squilibrio servirebbe confrontare aperture dei telegiornali, numero di servizi, ore televisive, articoli e interventi politici dedicati ai diversi casi. Ma proprio per questo la domanda merita una ricerca, non uno slogan.
Non una vittima contro l’altra
Fakir merita che venga accertata la verità senza processi sommari contro la polizia e senza assoluzioni preventive. I lavoratori morti nei campi, nei cantieri e nelle fabbriche meritano che i loro nomi non spariscano appena termina il servizio di cronaca.
Non dobbiamo parlare meno di una vittima. Dobbiamo smettere di dimenticare tutte le altre perchè non hanno un clamore politico, non si possono sfruttare beceramente per il proprio interesse politico a favore di alcune di alcune parole come fascismo e razzismo
Una società giusta non sceglie il proprio dolore in base alla bandiera politica che può avvolgerlo. Non trasforma un morto in un’arma contro l’avversario e gli altri in statistiche da leggere distrattamente.
Punto fermo: il vero scandalo non è l’indignazione. È l’indignazione a scadenza.
Fonti essenziali
- Reuters, morte di Abderrahim Fakir e indagine a Bologna
- ANSA, identità delle quattro vittime di Amendolara
- ANSA, morti sul lavoro del 24 luglio 2026
- Vega Engineering su dati INAIL, 370 denunce mortali nei primi cinque mesi del 2026
Nota editoriale. Questo è un articolo di analisi e opinione fondato sulle fonti indicate. I casi concreti vanno sempre valutati sulla base degli atti disponibili e del contesto completo.
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