Opinione Ambiente

Meloni non accende i boschi

Meloni non accende i boschi

Il cambiamento climatico è reale. Trasformare ogni incendio in una colpa personale della presidente del Consiglio è populismo.

Articolo di opinione. Dati e riferimenti verificati al 27 luglio 2026.

Ricordo i monti dietro casa bruciare quando ero bambini. Sardegna sempre in fiamme. La mia zona, oramai diventata un villetta a schiera per km, ogni estate prendeva fuoco.

Bruciavano molto prima di Giorgia Meloni, molto prima dei social e molto prima che ogni emergenza naturale venisse trasformata in un processo politico nazionale nel giro di pochi minuti.

Bruciavano per incuria, per interessi criminali, per comportamenti irresponsabili, per terreni abbandonati e per estati secche. Oggi il cambiamento climatico rende molte condizioni più frequenti e più pericolose. Negarlo sarebbe assurdo.

Ma è altrettanto assurdo trasformare ogni incendio, ogni ondata di caldo e ogni immagine di un bosco in fiamme nella prova che la presidente del Consiglio abbia personalmente causato il disastro.

Il clima ha cause globali. Un incendio ha un innesco. La prevenzione e lo spegnimento hanno competenze precise.

Confondere questi tre piani non è ambientalismo. È populismo.

Il cambiamento climatico conta davvero

Nel 2025 nell’Unione europea è bruciato circa un milione di ettari, il dato più alto registrato. Gli incendi hanno colpito Paesi governati da destra, da sinistra e da coalizioni centriste.

Nel 2026 Spagna e Francia hanno affrontato emergenze vastissime. Il fuoco non ha controllato il colore politico del governo prima di attraversare un confine.

Temperature più alte, periodi siccitosi, vegetazione secca e venti intensi aumentano la probabilità che un focolaio si propaghi rapidamente e diventi difficile da controllare. Il cambiamento climatico allunga la stagione di rischio e rende più distruttivi molti eventi.

Questo è il punto scientifico che non deve essere negato.

Ma dire che il clima aumenta il rischio non significa che il clima accenda materialmente ogni incendio. L’innesco può essere doloso, colposo, accidentale, collegato a infrastrutture o provocato da fenomeni naturali.

Il clima prepara un ambiente più favorevole alla propagazione. Non identifica automaticamente chi ha acceso la prima fiamma.

Responsabilità climatica non significa colpa per ogni rogo

Un governo può essere giudicato sulla propria politica climatica.

Può essere criticato per investimenti insufficienti nelle rinnovabili, ritardi nell’adattamento, consumo di suolo, norme energetiche, tutela delle persone esposte al caldo e fondi destinati al territorio.

Tutto questo è legittimo.

Ma da qui non discende che il presidente del Consiglio sia la causa immediata di ogni incendio verificatosi durante il suo mandato.

Quando Angelo Bonelli accusa il governo di “inazione irresponsabile” e di inseguire il negazionismo climatico, formula una critica politica precisa. Deve poi dimostrarla confrontando piani, stanziamenti, obiettivi e risultati.

MA VISTO CHE era presente in molti governi se non sbaglio ed essendo un verde perchè nons i è mai battutto come questi due anni?

Quando quella critica viene ridotta nel dibattito televisivo alla formula “brucia l’Italia per colpa di Meloni”, si compie un salto logico.

La responsabilità politica riguarda ciò che un governo poteva fare e non ha fatto. La responsabilità causale di un rogo riguarda invece il suo innesco, la manutenzione del territorio, i tempi d’intervento e le competenze operative.

Non sono sinonimi.

Chi è competente in Italia

La legge quadro sugli incendi boschivi affida alle Regioni la competenza per previsione, prevenzione e lotta attiva.

Sono le Regioni a dover aggiornare i piani antincendio, organizzare le sale operative, attivare le squadre a terra e impiegare i mezzi aerei regionali.

Lo Stato concorre soprattutto con la flotta aerea nazionale, il coordinamento della Protezione civile e il supporto nelle situazioni più gravi.

Per la campagna 2026, nel periodo di massima operatività, la flotta statale comprendeva 15 Canadair CL-415 e 4 elicotteri Erickson S-64F, rafforzati durante la stagione da altri nove elicotteri messi a disposizione da Difesa e Carabinieri.

Questa distribuzione delle competenze è essenziale.

Se manca la pulizia delle aree a rischio, se il piano regionale è inadeguato, se le squadre locali non sono sufficienti o se i mezzi regionali arrivano tardi, non si può attribuire automaticamente ogni responsabilità a Palazzo Chigi.

Allo stesso modo, il governo nazionale non può nascondersi dietro le Regioni quando mancano coordinamento, risorse, flotta, norme, fondi per l’adattamento o supporto nelle grandi emergenze.

La responsabilità non è una nuvola politica. Ha un ente competente, un bilancio, un piano, una data e una decisione verificabile.

La visita della premier non spegne un incendio

Durante le emergenze nasce puntualmente la polemica sulla presenza o assenza del leader politico nei luoghi colpiti.

Una visita può avere valore umano e simbolico. Può mostrare vicinanza, attirare attenzione e accelerare decisioni.

Ma non sostituisce un Canadair.

Non pulisce un sottobosco.

Non aggiorna un piano regionale.

Non forma una squadra.

Non riduce i tempi di intervento.

Giudicare un governo dal numero di fotografie davanti alle fiamme è la stessa politica spettacolare che poi tutti dichiarano di detestare.  Quando ero piccolo Pertini, Andreotti, and co, sarebbero dovuti essere sempre in giro visti i roghi che c'erano.

La domanda utile non è: “Meloni è andata sul luogo dell’incendio?”

Le domande utili sono:

  • il territorio era stato classificato correttamente?
  • il piano antincendio era aggiornato?
  • la manutenzione era stata eseguita?
  • quanto tempo è trascorso fra l’allarme e il primo intervento?
  • i mezzi disponibili erano sufficienti?
  • sono state chieste tempestivamente risorse statali?
  • le fasce tagliafuoco erano presenti?
  • le indagini sull’innesco sono state avviate?
  • quali fondi erano stati stanziati e quanti realmente spesi?

Queste domande possono individuare responsabilità. La polemica sulla visita produce soprattutto immagini televisive.

Gli incendi esistevano prima, ma oggi il rischio è più alto

Ricordare che i boschi bruciavano anche quarant’anni fa non dimostra che il cambiamento climatico non esista.

Dimostra soltanto che gli incendi hanno sempre avuto cause multiple e che sarebbe ridicolo attribuirli tutti al governo del momento.

Allo stesso modo, riconoscere che il clima attuale aumenta il rischio non significa cancellare decenni di abbandono del territorio, incendi dolosi, edilizia illegale, mancata manutenzione e responsabilità amministrative locali.

Le due cose possono essere vere insieme:

  • i roghi non sono nati con Giorgia Meloni;
  • il cambiamento climatico può renderli più frequenti, estesi e distruttivi.

Una politica adulta tiene insieme entrambe le verità. La propaganda ne sceglie una e usa l’altra come insulto.

La demagogia del colpevole unico

Il colpevole unico è comodo.

Permette di evitare la complessità delle competenze, dei piani regionali, della gestione forestale, delle indagini sugli inneschi e degli investimenti pluriennali.

Se tutto è colpa di Meloni, non occorre chiedere conto al presidente della Regione, al Comune, al consorzio forestale, al proprietario del terreno, all’ente che doveva manutenere una strada o a chi ha appiccato il fuoco.

La colpa nazionale assorbe tutte le responsabilità locali.

È un meccanismo perfetto per la comunicazione politica e pessimo per la prevenzione.

La volta successiva il territorio resterà sporco, il piano resterà incompleto e le stesse persone potranno tornare in televisione a denunciare il governo.

Che cosa deve fare davvero il governo

Rifiutare la colpa magica non significa proteggere il governo dalle sue responsabilità.

Il governo nazionale deve essere giudicato su:

  • strategia climatica e obiettivi di riduzione delle emissioni;
  • piano nazionale di adattamento;
  • risorse per prevenzione e protezione civile;
  • consistenza e manutenzione della flotta aerea;
  • coordinamento fra amministrazioni;
  • sostegno alle Regioni nelle emergenze;
  • norme sulla gestione forestale;
  • repressione degli incendi dolosi;
  • ricostruzione e ristoro dei danni;
  • politiche energetiche e rinnovabili.

Se mancano fondi, mezzi o strategia, la critica è giusta.

Se una promessa non viene mantenuta, va ricordata.

Se il governo ostacola misure efficaci, deve risponderne.

Ma la responsabilità va dimostrata sul terreno delle decisioni, non evocata attraverso una fotografia delle fiamme.

E che cosa devono fare le Regioni

Le Regioni non possono invocare l’emergenza climatica e poi considerare la prevenzione una materia secondaria.

Devono aggiornare annualmente i piani, organizzare sale operative efficienti, formare personale, coordinare volontari, garantire mezzi a terra e aerei, mappare le zone più esposte e controllare che la manutenzione venga eseguita.

Devono inoltre rendere pubblici dati comprensibili:

  • superficie bruciata;
  • cause accertate;
  • tempi medi d’intervento;
  • numero di mezzi disponibili;
  • fondi stanziati e spesi;
  • attività di prevenzione completate;
  • procedimenti avviati per omissioni e incendi dolosi.

Senza questi dati, la discussione rimane una gara di accuse.

Il clima non ha tessere di partito

Un incendio in Spagna non dimostra il fallimento di Pedro Sánchez. Un incendio in Francia non dimostra il fallimento automatico del governo francese. Un incendio in Sicilia non dimostra da solo il fallimento di Giorgia Meloni.

Dimostra che l’Europa mediterranea è molto esposta e che ogni livello istituzionale deve prepararsi meglio.

Il clima non rispetta i confini nazionali. Le competenze amministrative, invece, sì.

Per questo bisogna smettere di confondere il fenomeno globale con la responsabilità specifica.

La conclusione

Meloni non accende i boschi.

Questa frase ovvia deve essere scritta perché il dibattito politico ha perso il senso delle proporzioni.

Il suo governo può essere criticato per le politiche climatiche, per l’adattamento, per le risorse, per la flotta e per il coordinamento. Le Regioni devono essere giudicate sui piani, sulla prevenzione e sulla risposta operativa. Gli inneschi devono essere indagati e i responsabili perseguiti.

Ma trasformare ogni rogo in una colpa personale della premier non informa, non previene e non spegne nulla.

La demagogia cerca un volto da accusare. La prevenzione cerca una responsabilità concreta da correggere.

Io non voglio sapere chi ha pronunciato lo slogan più indignato davanti alle telecamere.

Voglio sapere chi doveva intervenire, che cosa aveva programmato, quanti mezzi aveva, quanto ha speso e perché il fuoco non è stato fermato prima.

Questa è politica seria.

Il resto è fumo. E di fumo, durante un incendio, ce n’è già abbastanza.

Fonti essenziali

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