Opinione Governo

Prima di gridare al fallimento

Prima di gridare al fallimento

 

Il governo Meloni alla prova dei numeri: cosa è migliorato, cosa no e perché la parola “disastro” non è un’analisi.

Articolo di opinione. Dati e riferimenti verificati al 27 luglio 2026.

“Fallimento” è diventata una delle parole più usate dall’opposizione italiana.

Fallimento sulla crescita. Fallimento sul lavoro. Fallimento sui conti. Fallimento sull’immigrazione. Fallimento sulla sicurezza. Fallimento sulle rinnovabili.

La parola è comoda perché evita il lavoro più faticoso: prendere un indicatore, scegliere un periodo corretto, distinguere ciò che dipende dal governo da ciò che deriva dal ciclo economico e confrontare il risultato con la situazione di partenza.

Io non credo che il governo Meloni abbia compiuto un miracolo. L’Italia cresce poco, il debito resta enorme, l’industria è fragile e il potere d’acquisto non ha recuperato pienamente ciò che ha perso con l’inflazione.

Ma non credo nemmeno al racconto di un Paese ridotto in macerie. I numeri descrivono un bilancio misto: alcuni risultati sono chiaramente migliori, altri restano deludenti e altri ancora non possono essere attribuiti interamente a un solo governo.

È proprio per questo che gridare “fallimento totale” è propaganda.

Prima regola: il 2022 non appartiene interamente a Meloni

Il governo Meloni è entrato in carica il 22 ottobre 2022. Usare l’intero 2022 come se fosse il primo anno della sua politica economica sarebbe scorretto.

Quell’anno l’Italia usciva ancora dalla fase pandemica, subiva la crisi energetica provocata dalla guerra russa contro l’Ucraina e registrava un’inflazione molto alta. I conti pubblici portavano il peso delle misure emergenziali e dei crediti edilizi già maturati.

Il 2022 è però il punto di partenza concreto che il nuovo esecutivo si trovò davanti. Non può essere usato per attribuirgli ogni problema, ma nemmeno cancellato quando si valuta il percorso successivo.

Conti pubblici: il deficit è migliorato, il debito no

Nel 2022 il deficit delle amministrazioni pubbliche era pari all’8,1% del PIL. Nel 2025 è sceso al 3,1%.

Nello stesso periodo il saldo primario, cioè il bilancio pubblico prima della spesa per interessi, è passato dal -4% al +0,7% del PIL.

Sono miglioramenti reali. Significano che lo Stato ha ridotto fortemente lo squilibrio annuale e ha ricominciato a produrre un avanzo primario.

Non tutto è merito esclusivo del governo. Una parte del rientro deriva dalla fine delle spese eccezionali della pandemia, dal ridimensionamento dei bonus edilizi e dall’aumento delle entrate. Ma sostenere che nulla sia cambiato significa negare i dati.

Il debito racconta invece una storia più scomoda. Il rapporto debito/PIL era al 138,4% nel 2022, è sceso al 133,9% nel 2023, poi è risalito al 134,7% nel 2024 e al 137,1% nel 2025. In valore assoluto ha superato i 3.095 miliardi di euro.

Quindi il governo può rivendicare una migliore gestione del deficit corrente, non la soluzione del problema del debito. Il peso dei crediti fiscali edilizi ereditati conta, ma dopo quasi quattro anni non può diventare una giustificazione universale. Chi governa eredita i problemi e, da quel momento, ha la responsabilità di gestirli.

Lavoro: più occupati e più contratti permanenti

A maggio 2026 gli occupati erano 24 milioni e 336 mila. Rispetto a maggio 2025 erano aumentati di 228 mila unità.

L’aumento annuale risultava composto da 275 mila dipendenti permanenti e 198 mila autonomi in più, mentre i dipendenti a termine erano diminuiti di 244 mila. Il tasso di occupazione era al 63% e quello di disoccupazione al 5%.

È difficile chiamare “fallimento” un mercato del lavoro che registra più occupati, più dipendenti stabili e meno disoccupati.

Questo non significa che tutti i nuovi lavori siano ben pagati, che la precarietà sia scomparsa o che l’Italia abbia raggiunto i livelli occupazionali delle economie europee più forti. Il tasso di occupazione resta basso nel confronto internazionale e a maggio 2026 gli inattivi erano aumentati di 190 mila rispetto a un anno prima. Inoltre, l’occupazione calava tra i giovani di 15-24 anni e tra i 35-49enni.

Il giudizio corretto è quindi doppio:

  • la quantità e la stabilità formale dell’occupazione sono migliorate;
  • partecipazione, qualità, salari e divari generazionali restano problemi seri.

Dire soltanto “lavoro record” sarebbe propaganda governativa. Dire “il governo ha distrutto il lavoro” è propaganda dell’opposizione.

Spread: il baratro finanziario non si è visto

Alla fine del 2025 il differenziale tra BTP e Bund decennali era sceso a circa 64 punti base, il livello più basso da gennaio 2010.

Lo spread non è un voto politico puro. Dipende dalla Banca centrale europea, dai rendimenti tedeschi, dalla situazione internazionale, dalle prospettive dell’intera area euro e dalla domanda degli investitori.

Però misura anche la fiducia relativa nella sostenibilità del debito italiano. Un valore così basso è incompatibile con il racconto di un’Italia isolata, screditata e percepita dai mercati come prossima al collasso.

Meloni non può intestarsi personalmente ogni punto di riduzione. L’opposizione, però, non può continuare a evocare il disastro finanziario ignorando che il rischio percepito sull’Italia è diminuito.

Crescita: qui il governo non può festeggiare

Nel 2025 il PIL italiano è cresciuto dello 0,5%. Per il 2026 Banca d’Italia indica una crescita intorno allo 0,6%, al netto delle diverse correzioni statistiche.

Non è recessione. Ma è una crescita troppo debole per un Paese che deve ridurre il debito, aumentare i salari, finanziare la sanità, sostenere la difesa e affrontare l’invecchiamento della popolazione.

L’occupazione è aumentata più del prodotto. Questo può essere positivo nel breve periodo, ma senza un aumento della produttività diventa difficile sostenere salari più alti e servizi pubblici migliori.

Qui l’opposizione ha un argomento serio: la stabilità non basta se non si trasforma in sviluppo.

Il governo ha protetto la credibilità finanziaria e accompagnato una crescita dell’occupazione, ma non ha ancora prodotto una vera accelerazione della produttività, dell’industria e degli investimenti privati capaci di rendere il Paese più ricco.

Salari: il recupero è iniziato, il buco resta

Nel primo trimestre del 2026 le retribuzioni contrattuali orarie sono cresciute del 2,6% rispetto allo stesso periodo del 2025. In quella fase l’aumento contrattuale superava l’inflazione e consentiva un recupero parziale.

Ma la perdita accumulata durante la fiammata inflazionistica non è stata cancellata. I salari reali italiani restano sotto i livelli precedenti alla crisi dei prezzi e la dinamica salariale continua a essere uno dei punti più deboli del Paese.

Una parte importante della perdita nacque nel 2021-2022, prima o durante l’insediamento del governo Meloni. Dopo quasi quattro anni, però, non basta più indicare l’eredità. Occorrono produttività, rinnovi contrattuali più rapidi, riduzione mirata del cuneo e politiche che aumentino il valore del lavoro.

Il governo non ha “tagliato i salari”. Ma non ha ancora risolto la questione salariale.

Sbarchi: prima un fallimento, poi una riduzione netta

Gli sbarchi via mare furono 105.131 nel 2022. Nel 2023, primo anno pieno del governo, salirono a 157.651.

Quel dato fu un fallimento evidente rispetto alle promesse elettorali. Non serve girarci intorno.

Nel 2024 gli arrivi scesero a 66.617 e nel 2025 a 66.316. Al 10 giugno 2026 erano 12.370, contro 25.927 nello stesso periodo del 2025. Nello stesso confronto, i rimpatri complessivi risultavano in aumento.

Anche qui la realtà non entra in uno slogan solo.

La maggioranza non può mostrare il calo degli ultimi anni e fingere che il 2023 non sia esistito. L’opposizione non può restare ferma al 2023 e negare che gli arrivi via mare siano poi diminuiti in modo sostanziale.

Inoltre gli sbarchi non rappresentano tutta l’immigrazione irregolare: esistono ingressi regolari seguiti da permanenze oltre il visto, movimenti interni all’area europea e persone che diventano irregolari dopo il rigetto di una domanda. Usare un solo numero per descrivere l’intero fenomeno è scorretto.

Pressione fiscale: alta, ma non significa “tasse aumentate a tutti”

Nel 2025 la pressione fiscale è salita al 43,1% del PIL, dal 42,4% del 2024. È un dato negativo per un Paese che promette da decenni di ridurre il peso complessivo del prelievo.

Ma la pressione fiscale è un rapporto macroeconomico tra imposte, contributi e PIL. Non misura direttamente quanto paga ogni singolo cittadino. Può aumentare mentre alcune categorie ricevono sgravi, altre pagano di più e altre ancora restano sostanzialmente invariate.

Questo tema merita un articolo autonomo, perché proprio qui l’opposizione ha trasformato un dato vero in una conclusione falsa: “la pressione è salita, quindi il governo ha aumentato le tasse a tutti”.

Non funziona così.

La domanda corretta: rispetto a quale alternativa?

Per giudicare un governo non basta confrontare il presente con un Paese ideale. Bisogna anche chiedersi quali risultati fossero realisticamente ottenibili date le condizioni iniziali, il contesto europeo e le alternative politiche disponibili.

L’Italia del 2022 aveva un deficit enorme, inflazione elevata, crisi energetica, guerra alle porte dell’Europa e l’eredità contabile di misure eccezionali. Il governo ha mantenuto una linea prudente sui conti, evitato crisi di fiducia, accompagnato un aumento dell’occupazione e ridotto gli sbarchi dopo il grave insuccesso del 2023.

Ha però ottenuto una crescita modesta, non ha risolto il problema dei salari, non ha invertito stabilmente il debito e non ha ancora prodotto una politica industriale capace di rilanciare il Paese.

Questo è un giudizio molto più severo della propaganda, perché distingue i meriti dalle scuse.

Né miracolo né macerie

Il governo racconta spesso un’Italia più forte di quanto percepiscano famiglie e imprese. L’opposizione racconta spesso un’Italia più distrutta di quanto dicano i numeri.

La realtà sta nei dati completi:

  • deficit e saldo primario sono migliorati;
  • l’occupazione è aumentata e i contratti permanenti sono cresciuti;
  • lo spread è sceso a livelli molto bassi;
  • gli sbarchi sono diminuiti dopo il picco del 2023;
  • il PIL cresce poco;
  • il debito resta enorme;
  • i salari reali non hanno recuperato completamente;
  • la produttività e l’industria rimangono fragili;
  • la pressione fiscale è aumentata.

Un bilancio così non autorizza nessuno a parlare di miracolo.

Ma neppure autorizza a ripetere ogni sera che tutto è fallito.

Un governo può avere migliorato la stabilità senza avere ancora prodotto prosperità. È esattamente ciò che descrivono i numeri dell’Italia di oggi.

Prima di gridare al fallimento, bisognerebbe almeno aprire i dati. E leggerli tutti, non soltanto quelli che confermano la propria tifoseria e far del banale populismo

Fonti essenziali

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