Opinione Politica

NON GIUDICARE! FERMO!

NON GIUDICARE! FERMO!
Giudicare ciò che una persona fa, non ciò che è

Il colore della pelle, la nazionalità, l’orientamento sessuale e l’uniforme non rendono nessuno colpevole né innocente. Contano condotte, prove e regole uguali.

Per me la regola più importante è questa: una persona si giudica per quello che fa, non per quello che è. Non mi interessa se è bianca, nera, italiana, marocchina, omosessuale, eterosessuale, credente o atea. Mi interessa se rispetta gli altri e la legge.

Questo principio sembra ovvio, eppure viene tradito continuamente da due estremismi opposti. Il primo attribuisce colpe a una categoria: “gli stranieri”, “i rom”, “i musulmani”. Il secondo attribuisce immunità morale a una categoria: se appartieni a una minoranza, ogni intervento contro di te viene automaticamente interpretato come discriminazione.

L’uguaglianza non è una corsia preferenziale

L’articolo 3 della Costituzione afferma la pari dignità e l’uguaglianza davanti alla legge senza distinzioni. Questo significa che l’origine non può essere usata per condannare una persona in anticipo. Significa anche che non può diventare uno scudo contro le conseguenze delle proprie azioni.

Un cittadino italiano che aggredisce qualcuno deve risponderne. Uno straniero regolare o irregolare che compie lo stesso atto deve risponderne nello stesso modo, con le garanzie previste per tutti. L’uguaglianza non consiste nel negare il reato per proteggere una categoria. Consiste nel non aggiungere o togliere colpa in base all’identità.

Un atto razzista esiste. La colpa collettiva no

Un poliziotto può compiere un abuso razzista. Un datore di lavoro può discriminare. Un cittadino può insultare qualcuno per il colore della pelle. Negarlo sarebbe assurdo.

Ma dal comportamento di un singolo non si può dedurre automaticamente che un intero corpo, una città o un Paese siano razzisti. Per parlare di pratica istituzionale servono ripetizione, dati, regole, incentivi o tolleranze organizzative. Altrimenti si trasforma un’accusa individuale in una sentenza collettiva.

È esattamente il tipo di generalizzazione che rifiutiamo quando qualcuno prende il reato di uno straniero e lo attribuisce a tutti gli stranieri.

La polizia va difesa e controllata

Chi indossa un’uniforme svolge un compito difficile e spesso rischioso. Ha diritto alla presunzione di innocenza e alla solidarietà quando viene aggredito. Ma detiene anche un potere che il cittadino comune non ha: può usare la forza in nome dello Stato. Per questo deve essere sottoposto a controlli rigorosi.

Le regole internazionali stabiliscono che la forza può essere usata soltanto quando strettamente necessaria e nella misura richiesta dal compito. La domanda corretta non è “la persona fermata era straniera?” né “portava l’uniforme?”. È: quale pericolo concreto esisteva? Quale forza è stata usata? Era necessaria? Era proporzionata? È stata interrotta quando il pericolo è cessato?

Nel caso di Abderrahim Fakir, morto a Bologna durante un intervento di polizia nel luglio 2026, l’indagine deve rispondere proprio a queste domande. Il video e i primi elementi autoptici impongono serietà. Non autorizzano né una condanna anticipata degli agenti né un’assoluzione politica preventiva.

Lo status irregolare non cancella i diritti

Una persona senza titolo di soggiorno non perde la dignità, il diritto alla difesa o la protezione contro trattamenti illegali. Allo stesso tempo, lo Stato può avviare le procedure previste per il rimpatrio se non esistono titoli di permanenza o protezione.

Dire “è irregolare, quindi può essere trattato in qualunque modo” è incompatibile con lo Stato di diritto. Dire “appartiene a una minoranza, quindi ogni azione delle autorità è razzista” è altrettanto incompatibile con l’analisi dei fatti.

Il vero antirazzismo non ha bisogno di cieche assoluzioni

Proteggere una persona dalla discriminazione non significa negarne la responsabilità. Anzi, pretendere regole diverse in base al gruppo significa continuare a guardare prima l’identità e poi l’essere umano.

Lo stesso vale per l’orientamento sessuale. Una persona omosessuale merita piena uguaglianza e protezione da discriminazioni. Se si comporta male, può essere criticata per quel comportamento senza che la critica diventi automaticamente omofobia. La linea è semplice: non si attribuisce il difetto all’identità, si descrive l’azione concreta.

Nessuna colpa per ciò che sei. Nessuna immunità per ciò che fai. Questa è uguaglianza, non il privilegio di una parte.

Nota dell’autore. Questo è un articolo di analisi e opinione. I giudizi politici sono dichiarati come tali; i casi ancora aperti vanno aggiornati quando emergono nuovi atti.

Fonti e letture

  1. Senato della Repubblica, Costituzione, articolo 3
  2. OHCHR, Convenzione internazionale contro la discriminazione razziale
  3. OHCHR, Basic Principles on the Use of Force and Firearms
  4. Reuters, morte di Abderrahim Fakir e indagine, 21 luglio 2026
  5. ANSA, primi elementi dell’autopsia su Fakir, 24 luglio 2026