L’analogia corretta non dice che le due epoche sono identiche....sto esagerando lo so però è solo un'idea, un ragionamento.
La delegittimazione, veto fisico e condanne selettive sono segnali da fermare prima che diventino un metodo normale.
Non sostengo che l’Italia del 2026 sia l’Italia del 1919. Sarebbe storicamente falso. Sostengo però che la storia non serve soltanto a riconoscere una dittatura quando è già nata. Serve a individuare i meccanismi che possono prepararla.
La mia paura nasce da qui: vedo crescere l’idea che un avversario politico non debba essere battuto con gli argomenti e con il voto (esempi concreti li stiamo ascoalntado in radio e in tv da persone della politica), ma espulso dallo spazio pubblico perché definito moralmente indegno. Vedo eventi legali descritti come provocazioni, assalti presentati come reazioni e violenze giustificate dal valore della bandiera sotto cui vengono compiute.
Che cosa fu davvero il 1919
L’Italia usciva dalla Prima guerra mondiale in condizioni eccezionali: milioni di reduci, armi diffuse, inflazione, disoccupazione, conflitti nelle campagne e nelle fabbriche, paura della rivoluzione bolscevica e istituzioni liberali fragili.
Mussolini aveva un passato socialista, ma nel 1914 era stato espulso dal Partito socialista e nel 1919 fondò i Fasci italiani di combattimento. Il nuovo movimento era eterogeneo, ma sviluppò rapidamente una pratica politica fondata sulla violenza organizzata contro socialisti, sindacati, cooperative e giornali. L’assalto alla sede dell’Avanti! del 15 aprile 1919 fu uno dei primi episodi simbolici.
Lo squadrismo non fu soltanto aggressività verbale. Furono spedizioni punitive, devastazioni, ferimenti e omicidi, sostenuti in molte zone da interessi agrari e tollerati da settori dello Stato. La violenza non restò ai margini: divenne strumento di conquista del potere.
L’analogia riguarda il principio, non la scala
Oggi non esiste un’organizzazione paramilitare nazionale paragonabile a quella fascista. Le istituzioni repubblicane sono più solide, le elezioni sono competitive, la magistratura è indipendente e lo Stato mantiene il monopolio della forza. Un assalto a un gazebo non equivale alla distruzione sistematica delle Camere del lavoro. Una sassaiola non è la marcia su Roma.
Ma alcuni princìpi possono tornare in forme diverse:
- l’avversario viene trasformato in nemico assoluto;
- la sua presenza legale viene descritta come provocazione;
- la forza è presentata come legittima difesa morale;
- la violenza della propria area viene spiegata, quella altrui assolutizzata;
- la responsabilità individuale viene sostituita dalla colpa collettiva.
È in questi meccanismi che vedo l’allarme. Non perché siamo già nel 1919, ma perché una società democratica non dovrebbe attendere che la scala della violenza diventi storica prima di reagire.
Il “condanno, ma” e la cultura dell’ambiguità
Non è corretto dire che PD, M5S e AVS non condannino mai la violenza. Dopo gli scontri di Torino del gennaio 2026, Elly Schlein pronunciò una condanna netta; dopo gli assalti No Tav del luglio 2026 anche Giuseppe Conte e altri esponenti dell’opposizione presero le distanze.
Il problema che voglio discutere è più sottile. In una parte della sinistra la condanna viene talvolta seguita immediatamente da una spiegazione che sposta il centro morale sulla “provocazione” istituzionale: lo sgombero, la presenza della destra, il dispositivo di polizia, il cantiere. Marco Grimaldi di AVS, per esempio, sostenne dopo gli scontri di Torino che senza lo sgombero non ci sarebbero stati incidenti. È una tesi politica legittima, ma rivela il meccanismo: la violenza viene condannata e contemporaneamente ricondotta alla scelta dell’altro. Se non ci fossero le leggi nessuno andrebbe in carcere. La solita cosa. A mio giudizio dichiarazioni estreme
Io considero pericoloso questo schema. Le cause sociali si analizzano; le responsabilità non si trasferiscono. Uno sgombero può essere contestato, ma non costringe nessuno a incendiare un mezzo o colpire un agente.
Prevenire non significa gridare alla dittatura
Proprio chi critica l’abuso della parola “fascismo” deve evitare di usare “1919” come nuova iperbole. La storia non deve diventare un’altra clava. Il confronto serve soltanto se dichiara i limiti.
Il mio punto è preventivo: non aspettiamo che l’intolleranza trovi organizzazione, impunità e consenso. Fermiamo subito il principio per cui una causa ritenuta giusta autorizza a togliere diritti agli altri. Difendiamo la protesta pacifica e isoliamo chi usa la violenza. Pretendiamo condanne senza appartenenza.
La storia non ci chiede di vedere Mussolini dietro ogni angolo. Ci chiede di riconoscere l’idea che aprì la strada alla violenza politica: “il mio avversario non ha diritto di esistere”.
Nota dell’autore. Questo è un articolo di analisi e opinione. I giudizi politici sono dichiarati come tali; i casi ancora aperti vanno aggiornati quando emergono nuovi atti.
Fonti e letture
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