Antifascismo o veto? Quando la piazza decide chi può parlare
Contestare un evento è democrazia. Impedirlo con intimidazioni, assalti o violenza è un’altra cosa, qualunque sia la bandiera che si porta.
Immaginiamo un concerto chiamato “Ciccio”. A qualcuno quel nome non piace. Può criticarlo, boicottarlo, distribuire volantini, organizzare un presidio e convincere il pubblico a non partecipare. Ma se prova a impedire fisicamente il concerto, minaccia chi lo organizza o costringe le autorità ad annullarlo, non sta più esprimendo dissenso. Sta imponendo un veto.
È questo il confine che vedo sempre più confuso. Una parte dell’antagonismo contemporaneo considera la propria causa così giusta da attribuirsi il diritto di decidere quali eventi possano esistere nello spazio pubblico. L’avversario non viene contestato: viene dichiarato illegittimo.
La protesta è un diritto. Il veto fisico no
La Costituzione protegge la libertà di riunione e la libertà di espressione. Questi diritti possono convivere. Chi detesta un comizio può manifestare in un’altra piazza. Chi ritiene offensivo un libro può recensirlo duramente. Chi considera sbagliato un concerto può protestare davanti all’ingresso, senza minacciare persone e senza impedire l’accesso.
Il problema nasce quando il diritto di protesta viene interpretato come diritto di interdizione. In quel momento una minoranza non chiede più di essere ascoltata: pretende di stabilire ciò che tutti gli altri possono ascoltare.
Gazebo divelti e cantieri assaltati non sono “dissenso vivace”
Nel gennaio 2025, a Torino, un gazebo di Fratelli d’Italia venne assalito durante una manifestazione; la cronaca riportò il ferimento di un agente. Nel luglio 2026, durante la marcia No Tav in Val di Susa, gruppi di incappucciati attaccarono cantieri con pietre, bombe carta e altri mezzi, incendiando veicoli e provocando più di cento feriti tra le forze dell’ordine secondo il bilancio aggiornato.
Questi fatti non autorizzano a definire violento l’intero movimento No Tav, né tutti i manifestanti presenti. La responsabilità è individuale e di gruppo, non collettiva. Ma proprio per questo non accetto neppure il trucco contrario: nascondere centinaia di persone organizzate dietro la formula rassicurante di “qualche infiltrato”, quando azioni, strumenti e percorsi mostrano preparazione.
Un dissenso politico può essere radicale senza diventare violento. Quando compaiono passamontagna, oggetti lanciati, incendi e assalti coordinati, la parola corretta non è “contestazione”. È violenza politica.
Il marchio “fascista” come lasciapassare morale
Il passaggio decisivo avviene prima dello scontro. Per sentirsi autorizzati a impedire un evento, bisogna convincersi che chi lo organizza non abbia i normali diritti di un cittadino. L’etichetta “fascista” svolge questa funzione. Non descrive più una precisa ideologia: revoca la legittimità dell’avversario.
Una volta pronunciata, tutto viene ribaltato. La presenza legale dell’altro diventa una “provocazione”. L’assalto viene presentato come “risposta”. La polizia che separa i gruppi viene accusata di “proteggere i fascisti”. La violenza di chi attacca scompare dietro la nobiltà della causa dichiarata.
Questo non è antifascismo costituzionale. L’antifascismo della Repubblica difende elezioni, pluralismo, libertà civili e uguaglianza. Se diventa il diritto di una fazione a stabilire chi possa parlare, tradisce i princìpi che dice di proteggere.
La stessa regola vale anche per l’estrema destra
La coerenza impone una regola identica. Se un gruppo neofascista minaccia una conferenza antifascista, va fermato. Se militanti di destra assaltano una sede sindacale o aggrediscono un avversario, non esistono attenuanti patriottiche. Il monopolio della forza appartiene allo Stato, non alle tifoserie.
Ma rifiutare l’equivalenza non significa fingere che oggi tutti i fenomeni abbiano la stessa intensità. Questo blog nasce anche dalla percezione che una parte della violenza antagonista riceva spesso una comprensione politica e mediatica che non verrebbe concessa a gruppi di segno opposto. Questa percezione va verificata episodio per episodio, ma non deve essere taciuta per paura di disturbare una narrazione.
La democrazia si misura sulle idee che detestiamo
È facile difendere la libertà di chi dice ciò che condividiamo. Il vero esame arriva quando parla qualcuno che ci irrita. Finché rispetta la legge, la risposta democratica è confutarlo, protestare, votare contro di lui, non impedirgli fisicamente di esistere.
Zittire non significa vincere un argomento. Significa ammettere di non volerlo affrontare. E usare la forza per proteggere la democrazia è il modo più rapido per svuotarla.
Nota dell’autore. Questo è un articolo di analisi e opinione. I giudizi politici sono dichiarati come tali; i casi ancora aperti vanno aggiornati quando emergono nuovi atti.