La sanità non è crollata il 22 ottobre 2022: venticinque anni di scelte nazionali, regionali, blocchi e occasioni mancate.
Ogni volta che una visita viene fissata dopo mesi o che un pronto soccorso è in affanno, la frase è pronta:
Meloni ha distrutto la sanità.
Il governo attuale deve essere giudicato severamente per ciò che ha fatto dal 2022 in poi. Non può nascondersi per sempre dietro l’eredità ricevuta.
Ma raccontare il Servizio sanitario nazionale come un sistema perfettamente funzionante fino al 21 ottobre 2022 e improvvisamente crollato il giorno successivo è una falsificazione storica.
La crisi della sanità italiana è il risultato di almeno venticinque anni di decisioni, rinvii, regionalizzazione incompleta, vincoli sul personale, piani di rientro, mancata programmazione e investimenti straordinari non trasformati in capacità permanente.
I governi coinvolti sono stati di centrodestra, tecnici, centrosinistra, coalizioni populiste e infine il governo Meloni.
La responsabilità non è di “tutti” in modo indistinto. Ogni scelta ha un nome e un periodo.
Ma nessuno può appropriarsi del passato soltanto quando conviene.
Il punto di partenza: un sistema nazionale amministrato regionalmente
Il Servizio sanitario nazionale nasce come sistema universalistico: il cittadino ha diritto alle cure indipendentemente dal reddito.
Nel tempo, però, l’organizzazione è diventata sempre più regionale.
La riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 ha consolidato un modello nel quale lo Stato definisce principi generali e livelli essenziali di assistenza, mentre le Regioni organizzano concretamente ospedali, aziende sanitarie, personale e servizi territoriali.
L’idea aveva una logica: avvicinare le decisioni ai territori.
Il risultato è stato anche un Paese con ventuno sistemi sanitari differenti.
In alcune Regioni il modello ha prodotto servizi efficienti.
In altre ha generato disavanzi, commissariamenti, mobilità sanitaria e fortissime diseguaglianze.
Quando si parla di “sanità italiana” si dimentica spesso che l’esperienza concreta di un cittadino lombardo, calabrese, emiliano o sardo può essere radicalmente diversa.
Gli anni Duemila: disavanzi e piani di rientro
Già prima della grande crisi finanziaria, diverse Regioni accumulavano deficit sanitari.
Lo Stato introdusse i piani di rientro: programmi obbligatori con obiettivi di risanamento, controlli, aumento delle entrate regionali e limitazioni alla spesa.
In teoria dovevano eliminare sprechi e inefficienze.
In pratica, in molti territori, il risanamento significò anche:
- blocco o forte limitazione delle assunzioni;
- chiusura o accorpamento di strutture;
- riduzione dell’offerta;
- aumento della pressione sul personale rimasto;
- crescita della mobilità verso altre Regioni.
I piani di rientro non furono inventati da Meloni.
Erano operativi da molti anni e attraversarono governi di colore diverso.
Il decennio 2010-2019: la sanità come variabile di bilancio
Dopo la crisi finanziaria del 2008 e la crisi del debito europeo, il controllo della spesa pubblica diventa la priorità.
Il decreto-legge 78 del 2010 introduce vincoli importanti sulla spesa per il personale. Altri interventi e spending review rafforzano la pressione sulle Regioni.
Secondo l’analisi della Fondazione GIMBE, nel periodo 2010-2019 il finanziamento del SSN cresce nominalmente molto meno di quanto sarebbe stato necessario per mantenere servizi, personale e innovazione. GIMBE parla di “definanziamento”, ricostruendo riduzioni rispetto agli stanziamenti programmati e un calo del peso della spesa sanitaria sul PIL.
In quel decennio governarono:
- Berlusconi IV;
- Monti;
- Letta;
- Renzi;
- Gentiloni;
- Conte I.
Attribuire l’intero impoverimento a uno solo di questi governi sarebbe scorretto.
Ma è altrettanto scorretto fingere che nessuna delle maggioranze che si sono alternate abbia avuto responsabilità.
La sanità venne spesso protetta nei discorsi e compressa nei bilanci.
Il personale: non si forma con un decreto
La crisi più difficile da correggere riguarda medici e infermieri.
Per anni si sono limitate assunzioni e spesa del personale mentre una generazione di professionisti si avvicinava alla pensione.
Il numero dei posti nelle scuole di specializzazione non è sempre stato coerente con il fabbisogno.
La medicina territoriale è rimasta debole.
Gli infermieri sono insufficienti rispetto alla domanda crescente di assistenza.
Questo problema non si risolve stanziando denaro per un solo anno.
Per formare un medico servono anni.
Per creare un’organizzazione territoriale funzionante servono personale stabile, sedi, sistemi informatici e continuità.
Quando il Covid è arrivato, non ha creato dal nulla queste carenze.
Le ha mostrate brutalmente.
Il Covid: il momento peggiore e le risorse straordinarie
Tra il 2020 e il 2022, sotto i governi Conte II e Draghi, la sanità riceve risorse eccezionali.
Vengono finanziati posti in terapia intensiva, personale, vaccini, tamponi, strutture temporanee, dispositivi e assistenza territoriale.
Il solo Decreto Rilancio del 2020 destinò circa 3,2 miliardi al rafforzamento sanitario. Il PNRR, costruito e negoziato in quella fase, assegna 15,63 miliardi alla Missione Salute e oltre 18,8 miliardi considerando le ulteriori risorse straordinarie indicate dal Ministero.
È stato un investimento enorme.
Ma denaro emergenziale e finanziamento strutturale non sono la stessa cosa.
Una tensostruttura può essere montata in settimane.
Un infermiere esperto non si forma in settimane.
Un’apparecchiatura può essere acquistata.
Se manca chi la utilizza, non crea automaticamente una prestazione.
Inoltre, durante la pandemia milioni di visite, controlli e interventi ordinari furono rinviati. Quel debito sanitario non è scomparso con la fine dello stato di emergenza.
È diventato parte delle liste d’attesa attuali.
Dal 2022: l’eredità non assolve il governo Meloni
Il governo Meloni prende in mano un sistema già fragile:
- personale stanco;
- liste aggravate dal Covid;
- forti differenze regionali;
- PNRR da attuare;
- inflazione elevata;
- popolazione sempre più anziana;
- crescita della spesa privata.
Questa è la situazione ricevuta.
Ma dopo quasi quattro anni l’eredità non può spiegare tutto.
L’esecutivo deve essere giudicato su:
- finanziamento reale e non soltanto nominale;
- contratti e retribuzioni del personale;
- attuazione del PNRR;
- Case della comunità;
- piattaforma nazionale delle liste d’attesa;
- capacità di trattenere professionisti nel pubblico;
- coordinamento con le Regioni;
- risultati effettivi per i cittadini.
Il governo ha aumentato nominalmente il Fondo sanitario e nel 2026 rivendica nuovi stanziamenti.
Questo è un fatto.
È altrettanto vero che inflazione, costi e fabbisogno crescono e che i miliardi annunciati non hanno ancora eliminato le difficoltà quotidiane.
Chi ha “distrutto” la sanità?
La domanda è costruita male.
Non esiste un giorno nel quale qualcuno abbia firmato la distruzione del SSN.
Esiste una lunga sequenza:
- regionalizzazione senza sufficiente uniformità;
- disavanzi e piani di rientro;
- vincoli sul personale;
- programmazione insufficiente delle professioni;
- finanziamenti spesso inferiori alle esigenze;
- crescita della domanda per invecchiamento e cronicità;
- pandemia e arretrato di prestazioni;
- difficoltà nell’attuare gli investimenti;
- carenze gestionali in alcune Regioni;
- incapacità politica di considerare la sanità un progetto pluriennale.
Questa storia coinvolge governi nazionali e amministrazioni regionali.
Dove finisce la critica e comincia la propaganda
È legittimo accusare il governo Meloni se le risorse non bastano.
È legittimo denunciare ritardi del PNRR.
È legittimo mostrare liste d’attesa, carenze di personale e rinuncia alle cure.
È legittimo sostenere che gli aumenti nominali siano erosi dall’inflazione.
La propaganda comincia quando:
- la crisi viene fatta iniziare nel 2022;
- si cancellano dieci anni di vincoli e sottofinanziamento;
- si attribuisce al governo nazionale ogni decisione regionale;
- si presenta il Covid come un evento senza conseguenze durature;
- si confonde un finanziamento maggiore con un sistema già risanato;
- si usa ogni attesa come prova di un’unica responsabilità politica.
Dall’altra parte, anche il governo fa propaganda quando mostra soltanto i “miliardi record” senza spiegare inflazione, personale, quota sul PIL e risultati.
Ma l’esistenza della propaganda governativa non rende vera quella dell’opposizione.
La sanità non è crollata in un giorno
Chi oggi dice che Meloni abbia distrutto il SSN dovrebbe rispondere a una domanda semplice:
Dov’erano le liste d’attesa nel 2019?
Perché esistevano già piani nazionali nel 2006, nel 2010 e nel 2019?
Perché tante Regioni erano commissariate?
Perché il personale denunciava carenze prima del Covid?
Perché milioni di italiani si spostavano già da Sud a Nord per curarsi?
Queste domande non assolvono l’attuale governo.
Impediscono soltanto di riscrivere la storia.
La sanità italiana non è stata distrutta da un solo governo. È stata indebolita da una lunga catena di scelte, rinvii e responsabilità condivise tra Stato e Regioni.
Per salvarla serve il contrario della propaganda.
Servono una diagnosi onesta, finanziamenti stabili, personale, capacità amministrativa e responsabilità attribuite a chi decide davvero.
Se continuiamo a usare la sanità soltanto per accusare l’avversario del momento, tra altri dieci anni saremo ancora qui a domandarci chi l’ha distrutta.
E nel frattempo il cittadino continuerà ad aspettare.
Fonti essenziali
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