Lo Stato finanzia e definisce i livelli essenziali. Le Regioni organizzano i servizi. Il rimpallo delle colpe lascia il cittadino senza cura.
Quando una persona aspetta dieci mesi per una risonanza, chi deve rispondere?
Il presidente del Consiglio?
Il ministro della Salute?
Il presidente della Regione?
Il direttore generale dell’azienda sanitaria?
Il responsabile del reparto?
La risposta corretta è scomoda: dipende da quale parte del problema stiamo osservando.
La sanità italiana è nazionale nei diritti, ma largamente regionale nell’organizzazione.
Lo Stato raccoglie e distribuisce una parte fondamentale delle risorse, stabilisce i Livelli essenziali di assistenza e detta i principi generali.
Le Regioni programmano ospedali e territorio, organizzano le aziende sanitarie, nominano i vertici, gestiscono gran parte delle risorse e costruiscono concretamente l’offerta.
Le ASL e le aziende ospedaliere trasformano quella programmazione in turni, agende, assunzioni, appalti e prestazioni.
Quando tutti dichiarano che la colpa è dell’altro, il sistema non diventa più chiaro.
Diventa soltanto più comodo per chi governa.
Una tessera nazionale, ventuno organizzazioni
Il cittadino possiede una tessera sanitaria italiana e ha diritto a Livelli essenziali di assistenza che dovrebbero essere garantiti ovunque.
Ma l’ospedale al quale si rivolge è inserito in una rete regionale.
La riforma costituzionale del 2001 ha attribuito alla tutela della salute una competenza legislativa concorrente: lo Stato determina i principi fondamentali; le Regioni esercitano la propria potestà organizzativa e legislativa nel rispetto di quei principi.
In termini semplici:
Lo Stato deve stabilire che cosa deve essere garantito. Le Regioni devono organizzare come garantirlo.
Questo modello spiega perché una stessa prestazione possa essere ottenuta in tempi molto differenti a Milano, Roma, Bari, Cagliari o Reggio Calabria.
La legge nazionale può essere identica.
La capacità organizzativa no.
Che cosa fa lo Stato
Le principali responsabilità nazionali comprendono:
- definizione dei Livelli essenziali di assistenza;
- determinazione e riparto del finanziamento cui concorre lo Stato;
- principi generali della legislazione sanitaria;
- regole sui farmaci e sui dispositivi;
- programmazione delle professioni e delle specializzazioni insieme agli altri soggetti coinvolti;
- contratti nazionali e cornice normativa del personale;
- sistemi informativi e monitoraggio;
- PNRR e grandi programmi nazionali;
- controllo dei piani di rientro;
- tutela dell’uniformità dei diritti.
Se il finanziamento complessivo è insufficiente, il governo nazionale non può indicare la Regione come unico colpevole.
Se mancano medici formati, se i contratti sono inadeguati o se il PNRR viene programmato male, esiste una responsabilità statale.
Se i LEA non vengono aggiornati o fatti rispettare, la responsabilità è nazionale.
Che cosa fanno le Regioni
Le Regioni organizzano concretamente il servizio.
Decidono, entro la cornice nazionale:
- rete ospedaliera;
- distribuzione dei servizi territoriali;
- programmazione delle aziende sanitarie;
- nomina dei direttori generali;
- modalità dei CUP e delle prenotazioni;
- uso delle risorse;
- piani di assunzione compatibili con i vincoli;
- acquisti e appalti;
- rapporto con il privato accreditato;
- prevenzione;
- assistenza domiciliare;
- mobilità sanitaria;
- piani regionali sulle liste d’attesa.
Se una Regione riceve risorse ma non apre le agende, non assume dove può assumere, organizza male i turni o non utilizza le apparecchiature disponibili, non può scaricare tutto sul governo.
Se una Regione produce un disavanzo cronico e viene commissariata, esiste una responsabilità locale e politica.
Se un sistema regionale funziona meglio di un altro con risorse comparabili, l’organizzazione conta.
Il finanziamento 2025: oltre 136 miliardi
Il documento approvato in Conferenza Stato-Regioni stabilisce che per il 2025 il finanziamento corrente del SSN cui concorre ordinariamente lo Stato ammonta a 136,540 miliardi di euro.
Non è un’unica valigia di denaro consegnata allo stesso modo a ogni Regione.
Il riparto tiene conto di popolazione, età, bisogni sanitari, mortalità, deprivazione e quote finalizzate. Esistono inoltre entrate regionali, compartecipazioni, regole specifiche per le autonomie speciali e successive compensazioni per la mobilità sanitaria.
Per dare un ordine di grandezza, nella tabella ufficiale della quota indistinta ante mobilità interregionale compaiono, tra gli altri, questi valori:
| Regione | Quota indistinta 2025, ante mobilità |
|---|---|
| Lombardia | circa 22,0 miliardi |
| Lazio | circa 12,57 miliardi |
| Campania | circa 12,12 miliardi |
| Sicilia | circa 10,54 miliardi |
| Piemonte | circa 9,59 miliardi |
| Puglia | circa 8,62 miliardi |
| Toscana | circa 8,24 miliardi |
| Sardegna | circa 3,56 miliardi |
Questi valori non vanno letti come “quanto lo Stato regala” a una Regione. Sono quote tecniche del finanziamento, antecedenti ad alcune compensazioni e con regole particolari per le autonomie speciali.
Servono però a capire la dimensione delle risorse che ogni sistema regionale è chiamato a trasformare in cure.
Più soldi non garantiscono automaticamente un buon servizio
Due Regioni possono ricevere importi simili per abitante e produrre risultati diversi.
Perché?
Perché incidono:
- età della popolazione;
- diffusione delle malattie croniche;
- geografia;
- densità abitativa;
- efficienza amministrativa;
- numero e distribuzione del personale;
- capacità di acquistare;
- edilizia ospedaliera;
- rapporto tra territorio e pronto soccorso;
- uso del privato accreditato;
- capacità di evitare sprechi.
Il finanziamento è indispensabile.
L’organizzazione decide quanto di quel finanziamento diventa una visita, un intervento o un infermiere presente.
Il ruolo delle aziende sanitarie
Tra Stato e Regione esiste un altro livello spesso dimenticato: le aziende.
Un direttore generale decide come applicare il piano regionale.
Un ospedale organizza le sale operatorie.
Un responsabile costruisce le agende.
Un CUP gestisce le prenotazioni.
Una direzione acquisti completa o ritarda una gara.
Una macchina diagnostica può esistere, ma rimanere inutilizzata la sera o nei fine settimana.
Anche queste sono responsabilità.
Non tutte le inefficienze richiedono una nuova legge nazionale.
Alcune richiedono una migliore gestione quotidiana.
Il cittadino vede soltanto la porta chiusa
La complessità istituzionale è reale, ma non può diventare una scusa.
Il cittadino non deve studiare diritto costituzionale per capire chi chiamare.
Ha bisogno che qualcuno risponda.
Quando il governo dice “sono le Regioni” e la Regione dice “mancano i fondi dello Stato”, entrambi possono contenere una parte di verità.
Ma possono anche utilizzare la complessità per sottrarsi al giudizio.
La domanda corretta è:
Quale decisione concreta ha prodotto questo problema e chi aveva il potere di prenderla?
Se mancano risorse strutturali: Stato.
Se una quota ricevuta viene organizzata male: Regione o azienda.
Se il personale non viene formato in numero sufficiente: programmazione nazionale e regionale.
Se un’agenda non viene aperta: gestione locale.
Se i LEA non sono garantiti: responsabilità regionale, con dovere nazionale di monitorare e intervenire.
Dove finisce la critica e comincia la propaganda
È legittimo criticare Meloni e Schillaci per il finanziamento, per le regole nazionali e per i risultati del piano liste d’attesa.
È legittimo criticare un presidente di Regione per ospedali, ASL e organizzazione.
È legittimo denunciare differenze territoriali.
La propaganda comincia quando:
- ogni problema locale viene attribuito automaticamente al governo nazionale;
- una Regione governata dalla propria parte viene descritta come vittima senza responsabilità;
- si parla di “tagli” senza distinguere finanziamento, spesa e inflazione;
- si nasconde il denaro non speso o speso male;
- lo Stato usa la regionalizzazione per fingere di non avere poteri;
- le Regioni usano lo Stato per coprire cattiva organizzazione;
- si raccontano i miliardi come se fossero già prestazioni.
L’attribuzione corretta delle responsabilità non è un tecnicismo.
È la condizione per poter votare e giudicare consapevolmente.
La sanità non è un campo da calcio
In televisione il meccanismo è quasi sempre identico.
Se la Regione è governata dall’opposizione, la colpa è del governo nazionale.
Se è governata dalla maggioranza, l’opposizione ricorda improvvisamente le competenze regionali.
La maggioranza compie spesso il movimento opposto.
Il cittadino viene trattato come un tifoso al quale mostrare soltanto il colpevole utile.
Ma una risonanza non diventa più rapida perché abbiamo trovato lo slogan giusto.
Chi deve rispondere?
Devono rispondere tutti, ma per parti precise.
Il governo nazionale deve dire:
- quanti soldi mette;
- quanto valgono realmente;
- quali obiettivi impone;
- come controlla i LEA;
- come forma e trattiene il personale;
- quali risultati produce il piano nazionale.
La Regione deve dire:
- quanto riceve;
- come lo spende;
- quanti medici e infermieri assume;
- quante ore utilizza le strutture;
- quali liste riduce;
- quali direttori premia o rimuove;
- quanti cittadini manda a curarsi altrove.
Le aziende devono pubblicare prestazioni, tempi e capacità utilizzata.
Solo così il rimpallo diventa responsabilità.
La tessera sanitaria è nazionale. La porta che troviamo chiusa è spesso regionale. Il diritto negato, però, riguarda entrambi.
Se la colpa è sempre dell’altro, nessuno correggerà il problema.
E il cittadino continuerà a pagare il sistema pubblico, poi il ticket e infine, se può permetterselo, anche la visita privata.
Fonti essenziali
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