I finanziamenti nominali sono aumentati. Inflazione, bisogni e personale spiegano perché questo non basta a dire che il SSN stia meglio.
“Meloni ha tagliato la sanità.” “Mai così tanti soldi alla sanità.”
Le due frasi vengono ripetute come se una dovesse essere necessariamente vera e l’altra falsa.
In realtà possono contenere entrambe una parte di verità, perché misurano cose differenti.
Il finanziamento nominale del Servizio sanitario nazionale è aumentato.
Ma aumentare i miliardi non significa automaticamente aumentare la capacità reale di cura.
Se crescono inflazione, salari, farmaci, energia, popolazione anziana e domanda di assistenza, una cifra più alta può essere insufficiente.
Il problema nasce quando governo e opposizione scelgono soltanto la metà del dato che conviene alla propria propaganda.
Il dato nominale: i soldi sono aumentati
Per il 2025 il finanziamento corrente del SSN cui concorre ordinariamente lo Stato è stato fissato a 136,540 miliardi di euro.
È una cifra superiore a quella del 2022.
La Fondazione GIMBE ricostruisce una crescita del fabbisogno sanitario nazionale da circa 125,4 miliardi nel 2022 a 136,5 miliardi nel 2025, cioè oltre undici miliardi nominali in più.
Per il 2026 erano già stati programmati ulteriori incrementi dalla legge di bilancio precedente. La legge di bilancio 2026 ha aggiunto nuove risorse: il Ministero della Salute indica 2,38 miliardi aggiuntivi per il 2026, oltre agli aumenti già previsti, mentre il MEF ricorda che i rifinanziamenti programmati l’anno prima superavano i cinque miliardi.
Quindi una frase semplice è vera:
Il governo Meloni non ha ridotto nominalmente il Fondo sanitario rispetto agli anni precedenti.
Chi afferma che siano stati sottratti in valore assoluto miliardi già presenti dovrebbe mostrare la norma e il confronto esatto.
Perché allora si parla di tagli?
Perché nel dibattito la parola “taglio” viene usata con almeno quattro significati diversi.
Taglio nominale
Lo stanziamento dell’anno successivo è inferiore a quello precedente.
Questo, nel finanziamento generale recente del SSN, non è ciò che è avvenuto.
Taglio rispetto a una promessa
Una somma prevista o annunciata viene ridotta prima di diventare effettiva.
È accaduto varie volte nella storia della sanità e deve essere verificato anno per anno.
Taglio reale
Il finanziamento aumenta, ma meno dell’inflazione.
Se i prezzi crescono del 6% e il fondo del 3%, il potere d’acquisto della sanità diminuisce anche se i miliardi nominali aumentano.
Taglio rispetto al fabbisogno
Le risorse crescono, ma non abbastanza per coprire domanda, personale, contratti e nuovi servizi.
In questo caso non c’è un taglio contabile, ma un sottofinanziamento rispetto agli obiettivi.
Usare la stessa parola per tutti e quattro i fenomeni confonde il cittadino.
L’inflazione ha mangiato una parte degli aumenti
Tra 2022 e 2025 l’Italia ha attraversato una forte inflazione, soprattutto ne 2022
Ospedali e aziende sanitarie hanno pagato di più:
- energia;
- farmaci;
- dispositivi;
- manutenzione;
- servizi esternalizzati;
- alimentazione;
- appalti;
- rinnovi contrattuali.
Gli undici miliardi nominali aggiuntivi non corrispondono quindi a undici miliardi di nuova capacità reale.
Una parte serve semplicemente a comprare le stesse cose a un prezzo maggiore.
È questo uno degli argomenti principali utilizzati da GIMBE: il finanziamento è cresciuto, ma l’aumento è stato in parte assorbito dall’inflazione e non ha colmato il divario strutturale.
Questa critica è fondata e non può essere liquidata come propaganda.
La quota sul PIL
Un altro indicatore è il rapporto tra spesa sanitaria pubblica e Prodotto interno lordo.
Se il PIL cresce più della spesa sanitaria, la quota diminuisce anche quando i miliardi aumentano.
L’opposizione utilizza questo rapporto per sostenere che la sanità perda priorità.
Il governo risponde mostrando il record nominale.
Anche qui entrambi possono descrivere correttamente un pezzo della realtà.
Il Documento di finanza pubblica 2026 prevede una spesa sanitaria intorno al 6,4% del PIL negli anni successivi. GIMBE considera questa quota insufficiente rispetto ai bisogni e alla distanza da altri Paesi europei.
Non esiste una percentuale magica che garantisca efficienza.
Ma una quota stabile o calante in una società più anziana obbliga a spiegare come verranno sostenuti servizi crescenti.
Più soldi per fare che cosa?
La qualità del finanziamento conta quanto la quantità.
Un miliardo può essere utilizzato per:
- aumentare stipendi;
- assumere personale;
- comprare prestazioni dal privato;
- coprire debiti regionali;
- acquistare farmaci innovativi;
- costruire strutture;
- rinnovare contratti;
- ridurre liste d’attesa.
Sono impieghi molto differenti.
Il cittadino non avverte il finanziamento in sé.
Avverte:
- il medico presente;
- l’infermiere che risponde;
- la visita prenotabile;
- il pronto soccorso funzionante;
- l’esame svolto nei tempi;
- il farmaco disponibile.
Per questo il governo non può fermarsi alla frase “abbiamo messo più soldi”.
Deve mostrare che cosa hanno prodotto.
Il personale è il vero collo di bottiglia
Anche disponendo di risorse, non è sempre possibile assumere immediatamente.
In alcune specialità i professionisti sono pochi.
Molti concorsi vanno deserti.
Il lavoro nei pronto soccorso è poco attrattivo.
Gli infermieri italiani sono insufficienti rispetto al fabbisogno e molti scelgono l’estero o il privato.
Se il finanziamento non migliora condizioni, organizzazione e retribuzioni, il denaro rischia di non trasformarsi in personale stabile.
È quindi possibile avere contemporaneamente più fondi e reparti in difficoltà.
La responsabilità delle Regioni
Il Fondo viene ripartito e poi gestito nei sistemi regionali.
Una Regione può utilizzare bene le risorse.
Un’altra può accumulare disavanzi, organizzare male le reti o pagare mobilità passiva verso altri territori.
Quando l’opposizione nazionale parla di “tagli di Meloni”, spesso omette il ruolo delle Regioni, comprese quelle governate dal centrosinistra.
Quando il governo parla di finanziamento record, spesso omette che deve comunque garantire uniformità e intervenire se i LEA non vengono assicurati.
La complessità non assolve nessuno.
Distribuisce le responsabilità.
Dove finisce la critica e comincia la propaganda
È legittimo dire:
- i fondi nominali sono aumentati;
- una parte dell’aumento è stata assorbita dall’inflazione;
- il fabbisogno cresce più rapidamente;
- la quota sul PIL resta bassa;
- il personale continua a mancare;
- i cittadini non vedono ancora risultati sufficienti.
È propagandistico dire:
- “Meloni ha tagliato i miliardi” senza specificare che cosa sia stato ridotto;
- “mai così tanti soldi, quindi la sanità va bene”;
- “tutto dipende dal governo nazionale”;
- “l’aumento nominale dimostra un aumento reale identico”;
- “la quota sul PIL prova da sola l’efficienza o il fallimento”.
La parola corretta, in molti casi, non è “taglio”.
È insufficienza, erosione reale, mancata priorità oppure cattiva organizzazione.
Sono accuse altrettanto gravi, ma più precise.
Un esempio semplice
Immaginiamo un ospedale che riceva cento milioni.
L’anno successivo ne riceve centocinque.
Il governo annuncia: più cinque milioni.
Ma nello stesso periodo energia, farmaci e contratti costano otto milioni in più.
Nominalmente il finanziamento è cresciuto.
Realmente l’ospedale può comprare meno.
Ora immaginiamo che, nonostante questo, l’ospedale sprechi due milioni in procedure inefficienti.
La difficoltà nasce contemporaneamente da finanziamento insufficiente e cattiva gestione.
Attribuire tutto a una sola causa è politicamente comodo e amministrativamente inutile.
Che cosa dovrebbe pubblicare il governo
Per superare la guerra degli slogan servirebbe un rendiconto comprensibile:
- Fondo nominale anno per anno;
- valore corretto per l’inflazione;
- quota sul PIL;
- spesa per abitante;
- risorse destinate al personale;
- nuove assunzioni;
- prestazioni erogate;
- tempi d’attesa;
- attuazione del PNRR;
- differenze regionali.
Solo così il cittadino potrebbe capire se un miliardo aggiuntivo ha migliorato qualcosa.
Più soldi e problemi reali possono convivere
La conclusione più onesta è questa:
Il governo Meloni ha aumentato il finanziamento nominale della sanità.
Non è corretto raccontare che abbia semplicemente sottratto ogni anno denaro rispetto all’anno precedente.
Ma non è neppure corretto usare gli stanziamenti come prova che il sistema sia stato rilanciato.
Inflazione, personale, invecchiamento, costi e ritardi riducono l’effetto reale.
“Più soldi” è un dato di bilancio. “Più cure” è un risultato. Tra i due c’è tutta la capacità dello Stato e delle Regioni di organizzare la sanità.
L’opposizione dovrebbe smettere di usare la parola “taglio” senza spiegazioni.
Il governo dovrebbe smettere di utilizzare la parola “record” come se fosse una visita eseguita.
Il cittadino non si cura con un aggettivo.
Si cura con persone, tempo, strutture e responsabilità.
Fonti essenziali
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