Liste d’attesa: 1,6 milioni di prestazioni in più nei tempi
Il dato positivo che rompe la narrazione del fallimento. Il problema resta grave, ma non è nato con Meloni e chi oggi accusa ha governato per anni senza risolverlo.
Partiamo dalla notizia che dovrebbe stare nel titolo, non nascosta quasi alla fine dell’articolo.
Nel primo semestre del 2026 le prenotazioni monitorate da AGENAS sono passate da 13,3 milioni a 14,9 milioni rispetto allo stesso periodo del 2025.
Soprattutto, risultano oltre 1,6 milioni di prestazioni in più garantite entro i tempi previsti.
AGENAS parla esplicitamente di inversione di tendenza e di miglioramento nel rispetto dei tempi massimi, sia per le prime visite specialistiche sia per gli esami diagnostici. I progressi più significativi riguardano le priorità Urgente e Breve, cioè proprio quelle nelle quali il ritardo può avere le conseguenze più serie per il paziente.
Questo dato non arriva da una conferenza stampa di Giorgia Meloni. Non arriva da un manifesto di Fratelli d’Italia. Arriva dall’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali.
È quindi un risultato positivo da riconoscere senza aggiungere immediatamente un “però” lungo tre pagine.
Non significa che le liste d’attesa siano state eliminate. Non significa che ogni Regione funzioni bene. Non significa che un cittadino al quale oggi viene proposta una risonanza tra otto mesi debba consolarsi leggendo una media nazionale.
Significa una cosa precisa:
Dopo anni di peggioramento, il primo monitoraggio nazionale omogeneo mostra che nel 2026 vengono garantite nei tempi oltre 1,6 milioni di prestazioni in più.
Chi ha utilizzato ogni numero negativo per dichiarare il fallimento del governo dovrebbe avere l’onestà di riconoscere anche questo numero positivo.
Che cosa ha fatto concretamente il governo Meloni
Nel giugno 2024 il governo ha approvato il decreto sulle liste d’attesa, poi convertito nella legge 107 del luglio 2024.
Tra le misure è stata istituita presso AGENAS la Piattaforma nazionale delle liste d’attesa, destinata a dialogare con le piattaforme regionali e a consentire finalmente un monitoraggio più uniforme dei dati.
Nel 2025 sono state adottate le linee guida tecniche per il funzionamento e l’interoperabilità della piattaforma. Nel luglio 2026 è stato pubblicato il primo bollettino nazionale basato su quei dati.
Questo passaggio è importante.
Per anni abbiamo discusso di liste d’attesa utilizzando:
- dati regionali raccolti in maniera diversa;
- periodi non sempre confrontabili;
- singole prestazioni scelte arbitrariamente;
- casi locali trasformati nella fotografia dell’intero Paese;
- agende chiuse che rendevano perfino invisibile una parte della domanda.
Il nuovo sistema non risolve automaticamente le attese, ma permette di vedere con maggiore chiarezza dove si aspetta, per quale prestazione, con quale priorità e con quali differenze tra le Regioni.
Non possiamo attribuire personalmente a Giorgia Meloni ogni visita aggiuntiva effettuata da un ospedale. Ma non possiamo neppure fingere che la piattaforma, il monitoraggio e il miglioramento registrato siano comparsi dal nulla.
Sono stati realizzati durante questo governo e attraverso una riforma approvata da questo governo.
È un fatto.
Se il problema fosse nato nel 2022, perché esistevano piani già nel 2006?
Ora possiamo parlare delle responsabilità precedenti.
Le liste d’attesa non sono nate il 22 ottobre 2022, giorno dell’insediamento del governo Meloni.
Lo dimostra una cronologia semplicissima.
L’Italia aveva già:
- un Piano nazionale di contenimento dei tempi d’attesa per il 2006-2008;
- un Piano nazionale di governo delle liste d’attesa per il 2010-2012;
- un nuovo Piano nazionale per il 2019-2021;
- misure straordinarie per recuperare le prestazioni rinviate durante il Covid;
- ulteriori interventi e fondi negli anni successivi.
La domanda è elementare:
Se prima di Meloni le liste d’attesa non erano un problema, perché per quasi vent’anni i governi hanno continuato ad approvare piani per ridurle?
La risposta è altrettanto semplice:
perché il problema esisteva, era conosciuto e non veniva risolto.
Chi oggi accusa non era fuori dal governo
Il Partito Democratico ha guidato o sostenuto i governi Letta, Renzi e Gentiloni tra il 2013 e il 2018.
Il Movimento 5 Stelle ha governato dal 2018 al 2021, prima con la Lega e poi con il PD.
PD e M5S hanno partecipato anche al governo Draghi fino all’ottobre 2022.
Questo non significa che ogni ritardo sanitario sia colpa di un singolo partito.
Significa però che chi oggi parla come se avesse scoperto le liste d’attesa dopo l’arrivo di Meloni era al governo quando quelle liste già esistevano, quando furono adottati nuovi piani e quando la pandemia accumulò milioni di prestazioni rinviate.
Non erano passanti.
Non erano osservatori stranieri.
Erano parte delle maggioranze che governavano il Paese.
E alcuni degli stessi partiti amministravano e continuano ad amministrare Regioni, aziende sanitarie e ospedali.
Perciò la critica è legittima, ma la memoria selettiva no.
I numeri del peggioramento precedente
Nel 2019 il 2,8% della popolazione dichiarava di avere rinunciato a prestazioni sanitarie a causa delle lunghe liste d’attesa.
Nel 2023 la percentuale era già salita al 4,5%.
Nel 2024 ha raggiunto il 6,8%.
Considerando anche difficoltà economiche e problemi di accesso, nel 2024 il 9,9% della popolazione, circa 5,8 milioni di persone, dichiarava di avere rinunciato a visite o accertamenti necessari.
Questi dati dimostrano due cose.
La prima è che il problema è reale e gravissimo.
La seconda è che il peggioramento non nasce da un interruttore acceso nell’ottobre 2022.
Durante la pandemia la rinuncia alle cure era già aumentata, mentre visite, screening e interventi non urgenti venivano rinviati e il sistema accumulava un enorme arretrato.
Questo arretrato è stato consegnato al governo successivo.
Non come un alibi eterno.
Come una realtà da cui partire.
Il 2024 resta una responsabilità del governo attuale
Essere corretti significa non nascondere nemmeno questo.
Il dato del 2024 è maturato mentre Giorgia Meloni era presidente del Consiglio.
Il governo non può limitarsi a dire che il problema fosse stato ereditato.
Nel 2024 milioni di cittadini hanno rinunciato a curarsi e proprio in quell’anno è stato approvato il decreto sulle liste d’attesa.
Quindi il peggioramento del 2024 non va cancellato.
Ma deve essere letto insieme alla sequenza successiva:
- situazione molto critica nel 2024;
- approvazione della riforma;
- costruzione della piattaforma nazionale;
- linee guida nel 2025;
- primo monitoraggio nel 2026;
- 1,6 milioni di prestazioni aggiuntive garantite nei tempi.
È troppo presto per parlare di vittoria.
Ma è altrettanto disonesto continuare a parlare soltanto di fallimento.
La sanità non viene gestita soltanto da Palazzo Chigi
C’è poi una verità che scompare quasi sempre dai talk show.
La sanità italiana si regge su due livelli.
Lo Stato stabilisce i principi fondamentali, finanzia il sistema nazionale e definisce i Livelli essenziali di assistenza.
Le Regioni organizzano concretamente i servizi sanitari, le aziende, gli ospedali, il personale, le agende e la distribuzione delle prestazioni.
Questo significa che:
- se mancano risorse nazionali, il governo deve risponderne;
- se una Regione organizza male le agende, deve risponderne la Regione;
- se una macchina diagnostica lavora poche ore, deve risponderne l’azienda sanitaria;
- se manca personale per una programmazione nazionale sbagliata, devono risponderne anche Stato e governi precedenti;
- se i fondi esistono ma non vengono usati efficacemente, non si può scaricare tutto su Palazzo Chigi.
La presidente del Consiglio non apre e chiude personalmente l’agenda della risonanza magnetica di una ASL.
E un presidente di Regione non può nascondersi dietro la frase “mancano i fondi statali” quando il problema riguarda l’organizzazione delle strutture che amministra.
Dove finisce la critica e comincia la propaganda
È legittimo affermare che le attese siano ancora troppo lunghe.
È legittimo chiedere risultati Regione per Regione.
È legittimo verificare se la riforma del 2024 funzioni davvero.
È legittimo denunciare il caso di un cittadino che riceve una visita oltre il tempo clinicamente accettabile.
La propaganda comincia quando:
- si finge che le liste d’attesa siano nate nel 2022;
- si dimenticano i piani nazionali approvati dal 2006 in poi;
- chi ha governato per anni si presenta come completamente estraneo al problema;
- si attribuisce automaticamente al governo una responsabilità regionale;
- si usa il caso peggiore di una singola ASL come dato nazionale;
- si cancella il miglioramento AGENAS del 2026 perché non coincide con la narrazione del fallimento;
- si pretende che ogni dato positivo venga immediatamente sepolto sotto una montagna di “però”.
Se i numeri negativi sono sufficienti per accusare il governo, i numeri positivi devono essere sufficienti almeno per riconoscere un risultato.
Non si può utilizzare la statistica soltanto quando conferma ciò che si era già deciso di raccontare.
Non è tutto risolto. Ma qualcosa si è mosso
Il governo Meloni non ha risolto il problema delle liste d’attesa.
Molti cittadini continuano a ricevere appuntamenti incompatibili con le priorità cliniche.
Le differenze tra territori rimangono enormi.
Mancano professionisti.
Esistono agende gestite male, strutture sottoutilizzate e un ricorso al privato che rischia di dividere il Paese tra chi può pagare e chi deve aspettare.
Ma il primo bollettino nazionale del 2026 certifica un miglioramento.
Non una promessa.
Non uno slogan.
Un miglioramento misurato.
Più attività, più prestazioni garantite nei tempi e progressi soprattutto nelle priorità urgenti e brevi.
Il prossimo monitoraggio dirà se questa inversione continuerà oppure se si sarà trattato di un risultato temporaneo.
Fino ad allora, il giudizio più corretto è questo:
Le liste d’attesa sono un problema costruito e aggravato durante molti anni e sotto governi diversi. Il governo Meloni lo ha ricevuto in condizioni molto critiche, ha introdotto un nuovo sistema nazionale di monitoraggio e nel 2026 ha ottenuto un primo risultato positivo. Ora deve dimostrare di saperlo rendere stabile e visibile nella vita quotidiana dei cittadini.
L’opposizione ha tutto il diritto di chiedere di più.
Non ha il diritto di cancellare ciò che è già migliorato.
E soprattutto non può raccontare che la sanità italiana fosse efficiente fino al 21 ottobre 2022 e sia improvvisamente crollata il giorno successivo.
Quella non è memoria corta.
È propaganda.
Fonti essenziali
- AGENAS — Primo bollettino nazionale sul monitoraggio delle liste d’attesa, luglio 2026
- Gazzetta Ufficiale — Linee guida della Piattaforma nazionale delle liste d’attesa
- ISTAT — Rinuncia alle cure nel 2019, 2023 e 2024
- Ministero della Salute — Tempi e liste di attesa
- Presidenza del Consiglio — Archivio dei governi italiani
- Senato della Repubblica — Articolo 117 della Costituzione
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